Editoriali

La fine e il principio dell'olivicoltura italiana. Ottimisti o pessimisti?

L'Italia soffre una scarsa programmazione, una certa disorganizzazione e una cronica mancanza di risorse. Affidarci ciecamente al modello spagnolo, perchè oggi ci appare vincente, è però un segno di resa: inaccettabile. Questo il commento di Piero Gonnelli, Presidente Aifo

01 giugno 2018 | Piero Gonnelli

Stiamo assistendo con l’inizio di giugno 2018 ad un mercato che ancora non premia il settore olivicolo oleario a causa di prezzi di vendita che non coprono i costi vivi, difficoltà evidenti per danni alle piante causate dal gelo oltre al batterio che continua a creare enormi problemi alle zone olivetate del salento e che, purtroppo, si sta diffondendo anche in aree più a nord.

Attualmente né la ricerca né le azioni messe in campo sono state ancora in grado di debellare definitivamente quella che sta diventando una vera emergenza nazionale con tutte le polemiche, fondate e non fondate, che ne conseguono.
AIFO dedicherà un apposito convegno a questa problematica il prossimo 15 giugno dal titolo “Xylella tra consapevolezza e nuova visione (prospettiva) dei frantoiani italiani" dalle ore 10.00 presso il Teatro Grassi, Piazza dei Navigatori, Cisternino (Br) ed anticiperà l’Assemblea Nazionale AIFO che si terrà il giorno seguente.

Il convegno vuole fare il punto sull’incidenza della Xylella in termini economici, sociali ed occupazionali grazie al confronto tra relatori del mondo politico, accademico-scientifico e produttivo.

Riteniamo che, oltre a sostenere e promuovere l’attività di ricerca ed accrescere e migliorare l’efficienza dell’olivicoltura italiana sia necessario sostenere il recupero varietale delle cultivar di olive da olio e non solo quelle da mensa, così come espressamente previsto nel Piano Olivicolo.

Occorre ripartire dalle schede identificative delle varietà di olivo presenti nel Registro Nazionale delle piante da frutto.

Occorre riaprire il dibattito per un nuovo Piano olivicolo in grado di far investire le Aziende nell’olivicoltura al fine di ottenere una seria ristrutturazione delle olivete, modificando gli impianti ma mantenendo necessariamente le cultivar italiane perché è impensabile che su oltre 600 cultivar di olive italiane non vi siano quelle idonee a sesti di impianto più innovativi e utili all’attuale olivicoltura.

Il comparto oleario soffre, da sempre, una mancanza di programmazione e di investimenti che altri Paesi come la Spagna hanno ben programmato e gli hanno consentito, negli anni, di diventare leader di mercato da un punto di vista quantitativo.

Utilizzare sul nostro territorio cultivar spagnole significherebbe scegliere la fine dell’olivicoltura italiana che non sarebbe più in grado di avere quel differenziale che ha consentito alle nostre Aziende di ottenere un riconoscimento indiscutibile nel panorama mondiale, significherebbe togliere quel valore aggiunto a livello qualitativo ed organolettico che è ineguagliabile per gli altri competitors.

In questo panorama agricolo molti sono stati gli avvicendamenti e cambiamenti a livello politico-associativo che rispecchiano la necessità ma anche una voglia di rinnovamento.

Basti pensare alla filiera olivicola olearia italiana FOOI che è mutata rispetto alla struttura originaria pensata dai soci fondatori. Ciò ha, di fatto, permesso un nuovo slancio più coeso tra le associazioni di categoria quale AIFO, AIPO, ASSITOL, ASSOFRANTOI, CNO, UNAPOL e UNASCO.

Il settore ha bisogno di ripartire da un associazionismo serio e da una politica più lungimirante per il benessere del comparto ma, soprattutto, deve ripartire dalla terra. Occorre mantenere e valorizzare ancor di più i profumi e le sensazioni organolettiche che oggi, grazie agli attuali impianti di trasformazione, è possibile ottenere e calibrare in funzione della varietà e del momento di raccolta.

Se da una parte l’andamento climatico e dei prezzi crea allarme nel comparto è anche vero che il nostro potenziale negli anni è rimasto latente e non pienamente incentivato da azioni personali e statali utili al comparto. Direi che occorre smettere di lamentarsi e riconoscere quali sono le vere potenzialità del settore che non sono certo quello di strizzare l’occhio alle cultivar straniere. Occorre non attendere che altri, a partire dall’UE, pensino alla nostra olivicoltura ma occorre investire nel nostro settore, nel nostro Paese con fiducia. Ed è questo che chiederemo ai futuri governanti.

Occorre credere nel valore della nostra olivicoltura e nelle nostre capacità di olivicoltori e frantoiani. Gli ottimisti hanno ragione. Ed anche i pessimisti. Sta a voi scegliere quale dei due essere (Harvey B. Mackay)

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