Editoriali
Addio cara Aifo: manca una proposta politica olearia che guardi al futuro
Niente confronto e nessuna visione: la storica associazione dei frantoiani olearia avrebbe bisogno di un radicale rinnovamento. Il passo indietro come Presidente dei Mastri oleari e da Aifo
21 luglio 2025 | 11:00 | Giampaolo Sodano
La convocazione del Congresso dell’AIFO del 22 luglio è semplicemente scandalosa: è definito “congresso” un convegno mattutino sul ruolo del frantoiano, dibattuto con altri protagonisti fin dal 2013 (III Congresso Aifo Sorrento), e qualche ora del dopo pranzo per provvedere al rinnovo degli organi dell’associazione. Non c'è traccia di una nuova proposta sulla politica olearia, tantomeno di un confronto con la base associativa. Eppure, i temi all’ordine del giorno non mancano, dal prezzo dell’olio ai servizi alle imprese, dal modello organizzativo alla politica delle alleanze, dalla promozione dell’olio italiano alle buone pratiche commerciali. E invece si propone un metodo fotocopia dei cosiddetti partiti della seconda repubblica: il gruppo dirigente la fa da padrone e, arrivato al termine del mandato, decide la propria riconferma o la nomina di successori graditi. Questo ha determinato una crisi della partecipazione, così come i cittadini non vanno a votare, i soci non intervengono nella vita dell’associazione. Per questa strada è messa in crisi la stessa legittimità della rappresentanza.
La memoria serve a costruire il futuro: proprio dal III Congresso Aifo partì l'azione politica dell’associazione che, nel secondo decennio del Duemila, ha ottenuto il riconoscimento per legge dell’identità di impresa del frantoio oleario, non più struttura di servizio all’agricoltura, ma: “unità produttiva artigiana in cui si procede all'estrazione dell'olio dalle olive” (art.1, legge regionale n.9 del 24 marzo 2014) oltre alla definizione della funzione professionale del Mastro Oleario (art. 2 della stessa legge) nella conduzione tecnica del frantoio.
Coerente con la nuova disciplina l’AIFO si è battuta per il riconoscimento in etichetta dell’olio artigianale. Una politica che non poteva non incontrare forti resistenze sia da parte di quanti difendono gli interessi corporativi delle aziende olivicole, sia da parte delle associazioni sindacali degli imbottigliatori e soprattutto da parte di burocrati e politici di via xx settembre sempre in ascolto dei desideri della Coldiretti. Purtroppo, non tutte le battaglie politiche hanno successo e, quando accade, ci sono due strade: o si è capaci di rinnovare la propria iniziativa o si rinuncia. L’AIFO ha scelto la seconda strada.
La GDO, piuttosto che dare spazio sugli scaffali ai produttori dell’olio italiano, ha preferito valorizzare la marca del distributore e le promozioni dell’olio comunitario. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la quota di mercato dell’olio extravergine di oliva nazionale, che negli anni 2023 e 2024 aveva raggiungo il 34%, è scesa al 21%. Il ritorno del sottocosto e delle promozioni dell’olio a € 3,99 indica chiaramente qual è la scelta di molte insegne della Grande Distribuzione: l’olio extravergine è un “gadget” che serve alla crescita dei volumi di vendita del negozio.
Le etichette a marchio del supermercato sono arrivate a pesare il 20-25%, mentre i tre marchi Coricelli, Monini e Farchioni valgono il 35%, tutti insieme fanno il 60% del mercato. Parallelamente assistiamo da anni alla costante diminuzione della produzione di olio nazionale, ormai l’Italia si colloca al quinto posto tra i paesi del mediterraneo. Una tendenza che si immagina di invertire ricorrendo a nuovi impianti arborei superintensivi sul modello e con le cultivar spagnole con il solo risultato di perdere anche il primato della biodiversità e della qualità.
Attualmente il differenziale di prezzo all’ingrosso tra olio italiano (CCIAA Bari e Ismea Mercati) e olio spagnolo (Oleista, PoolRed) è di circa 6 euro/kg. Al momento questo si traduce in una differenza di prezzo a scaffale di circa 7 euro/litro, un differenziale che è destinato ad aumentare, vista la sostanziale stabilità della quotazione dell’olio italiano e la tendenza alla discesa di quello spagnolo.
Il vero problema del sistema olivicolo-oleario nazionale è rappresentato dalla scarsa redditività, sia per l’industria con marginalità dell’1-2% secondo quanto emerge dalla lettura dei bilanci 2023 e 2024 delle principali imprese del settore, sia del sistema agricolo con prezzi che risultano remunerativi solo negli ultimi due anni ma che, alla luce degli ultimi dati di mercato, rischiano di ritornare sotto la soglia di sopravvivenza nel prossimo futuro.
Purtroppo, la classe dirigente dell’AIFO, dopo aver abbandonato il progetto dell’olio artigianale e l’estensione della nuova normativa al territorio nazionale con la piena attuazione della legge n.9, ha dimostrato di non avere più una politica a favore delle imprese olearie artigiane.
Ancor peggio il Governo che, dopo aver varato una legge sul made in Italy e aver rinominato il ministero che fu dell’agricoltura e foreste in Ministero della Sovranità alimentare, è impegnato soltanto a distribuire prebende, come dimostra l’ennesimo Piano Olivicolo che si risolverà in una rinnovata distribuzione di contributi e finanziamenti, utili e durevoli per le prossime elezioni.
Per le imprese olearie artigiane, il cui primo interesse è difendere e valorizzare la produzione dell’olio italiano, garantire la biodiversità e la qualità di un prodotto (che non è soltanto buono e sano ma necessario alla salute dei cittadini) la strada da battere è quella di un rinnovato rapporto con i consumatori, riprendendo ed estendendo gli accordi che AIFO ha sottoscritto dieci anni fa con l’associazione CODICI, e costruendo con tutte le altre associazioni dei frantoiani una piattaforma unitaria per promuovere una inedita progettualità commerciale con la FederDistribuzione. Perché la vera battaglia, nei prossimi anni, si giocherà sugli scaffali dei supermercati, nazionali e internazionali.
Per pesare dal punto di vista commerciale, conquistando metri lineari di scaffale per i frantoi, sarà necessaria una seria azione politica con le rappresentanze delle insegne della GDO, altrimenti il frantoio sarà ridotto al ruolo di mero fornitore di olio per gli imbottigliatori, facendo così un salto all’indietro di anni, se non decenni.
Dobbiamo essere consapevoli di trovarci al centro di una difficile situazione: l’intero comparto è a rischio, stretto tra le politiche commerciali della Grande Distribuzione sempre più aggressive, la competizione internazionale sempre più stringente, i forti investimenti pubblici e privati nelle nazioni concorrenti, la concentrazione dell’offerta e della domanda di olio di oliva nelle mani di sempre meno attori, il nanismo delle aziende olivicole e oleicole nazionali, la perdita di marchi dell’olio di oliva. Una situazione che possiamo fronteggiare alla condizione che tutti i protagonisti del settore, seduti intorno al Tavolo olivicolo (comprese le imprese della GDO) si impegnino a difendere la redditività delle imprese promuovendo una nuova stagione per l’olio italiano.
Avrei voluto sostenere queste idee in un pubblico confronto, ma la modalità con cui sono stati organizzati i lavori dell’assemblea del 22 luglio non lo consente.
Per guadagnare il futuro l’AIFO avrebbe bisogno di un radicale rinnovamento: quanti si sono impegnati negli anni recenti nella direzione delle associazioni e del consorzio, dovrebbero con onestà intellettuale riconoscere i limiti della propria gestione e passare il testimone a nuove energie. Per quanto mi riguarda, dopo venti anni di attiva partecipazione alla vita dell’AIFO, ho deciso di non rinnovare l’iscrizione all’associazione e al consorzio FAPI e ho rimesso al consiglio direttivo dell’Associazione dei Mastri Oleari il mandato di presidente (scaduto in base all’art. 10 e 11 dello statuto).
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