Editoriali

Per chi vuole restare in questo mondo dell'olio d'oliva, tanti auguri

Dopo una lunga carriera alla Camera dei Deputati, l'ultima fatica del Prof. Mario Pacelli è stata la norma che istituisce la figura del Mastro Oleario. Direttamente dalle sue parole il significato di una legge che vuole cambiare il mercato del'olio di oliva italiano

20 gennaio 2017 | Mario Pacelli

L'importanza della istituzione, in base della legge regionale numero 9 del 2014, dell'albo dei mastri oleari nella regione Puglia è stata accolta più come possibilità per i gestori dei frantoi oleari artigiani di una specifica qualificazione professionale che, come è invece, una tappa fondamentale verso un nuovo mercato dell'olio e delle olive in Italia.

Sono molti fatti che stanno a provarlo ed è opportuno accennare, seppure brevemente, ad essi.

Il primo dato inoppugnabile è che da più di un secolo la produzione italiana di olio dalle olive è inferiore al consumo interno: nel 1926 fu Gaslini, nella sua memoria su “La questione dell'olio" a rappresentare al capo del governo Mussolini questa situazione. La conseguenza fu il via libera alla produzione dell'olio di semi ottenuto con l'uso di un solvente della massa oleosa, poi eliminato (?) con successive lavorazioni.

La produzione delle olive non aumentò: malgrado gli interventi dello Stato il numero delle piante non crebbe. Non c'era convenienza economica a coltivare olivi in un mercato in cui l'olio di semi era venduto ad un prezzo assolutamente competitivo rispetto a quello dell'olio d'oliva, comprimendone conseguentemente il prezzo.

La situazione non mutò molto vent'anni dopo: alla fine della seconda guerra mondiale il boom edilizio fu una seria minaccia per la sorte degli olivi nelle zone vicine ai centri abitati, portando nel 1945 ad un decreto-legge luogotenenziale (non era stata ancora proclamata la Repubblica) per la tutela degli olivi esistenti.

Al crescente fabbisogno interno si stimò più utile fare fronte con l'importazione dai paesi mediterranei produttori di olio d'oliva (Spagna, Grecia, ma anche Tunisia, Marocco, Asia minore) del loro olio. Avevano iniziato a farlo molti anni prima i Costa con navi che traghettavano il prodotto attraverso il Mediterraneo e poi dai suoi porti in tutta Europa. La Comunità europea prima e l'Unione europea poi, con una politica agricola rovinosa per l'Italia (oggi importiamo fagiolini dal Marocco, pomodori dalla Tunisia, olio da tutti i paesi compresa, per quanto possa essere assurdo, l'Inghilterra, spesso attraverso abili triangolazioni). Il motivo è che i prezzi dell'olio estero sono competitivi rispetto a quello italiano: nessuno sembra preoccuparsi dei motivi perché ciò avvenga, nessuno mostra di considerare che il prezzo di vendita del prodotto è determinato non solo dal costo delle materie prime e da quello di lavorazione, ma da una serie di oneri, oltre quelli fiscali, diversi nei vari paesi e che conseguono dalla legislazione in materia, ad esempio di tutela del lavoro, dell'igiene degli alimenti, dei divieti di usare questa o quella sostanza per aumentare la resa (ad esempio, in spagna è consentito l’uso del talco), di disporre liberamente dei residui di lavorazione, tutte cose che hanno un costo aggiuntivo oltre ai balzelli più fantasiosi, come per i produttori italiani di olio d'oliva il contributo a favore delle ex stazioni sperimentali per i grassi, create alla fine dell'Ottocento per testare la qualità dei saponi. Perché meravigliarsi poi se i prezzi dei prodotti agroalimentari in Italia, dal latte all'olio, sono più elevati di quelli di altri paesi? Taluno dirà che si tratta di aggravi di costi non facilmente eliminabili e probabilmente, almeno in parte, ha ragione. Perché allora non creare le premesse per aumentare la produzione della materia prima -le olive- attraverso incentivi che possono andare dalle agevolazioni fiscali alla concessione di terre di proprietà pubblica per la coltivazione delle olive, come fece ad esempio nel XVIIIº secolo Carlo di Borbone, Re di Napoli, nelle terre di Puglia, ancora oggi la regione italiana con maggiore produzione di olive?

L'aumento della produzione interna scoraggerebbe l'importazione anche rispetto ad un prodotto di maggior costo se esso è di qualità superiore ed offre garanzie di produzione che quello importato non può offrire, ad iniziare ad esempio dalla indicazione delle cultivar usate, tanto importanti per il gusto dell'olio.

L'aumento della produzione di olive e il prezzo del prodotto è solo un aspetto della questione: l'altro è la qualità e proprio sulla strada della garanzia al consumatore della qualità che costituisce una tappa importante l'albo dei mastri oleari: significa che chi produce olio dalle olive potrà metterci, come suol dirsi, la faccia, garantendo la qualità non con la sigla anonima di una certificazione ma con il marchio della sua azienda, con l'attestazione pubblica della esperienza e della professionalità di chi lo produce, con l'indicazione della provenienza della materia prima da quella Italia che un tempo aveva un paesaggio agrario caratterizzato dagli oliveti.

Liberi naturalmente coloro che ritengono che la situazione attuale sia la migliore possibile, che convenga magari cercare di ottenere l'espianto degli ulivi per vendere il terreno come edificabile, che sia opportuno sostituire gli ulivi con colture più redditizie (per esempio le nocciole) : la domanda è se i pubblici poteri possono continuare a condividere questa logica, se la battaglia in sede di conferenza Stato-Regioni da parte di alcune regioni contro l'alta qualità sia conseguenza di una scelta deliberata, di una scarsa conoscenza dei termini della questione o, ancora una volta, la difesa miope di piccoli interessi di bottega (elettorale).

Continuiamo così e finiremo per produrre solo olio di oliva con la sansa secca acquistata all'estero (per carità non diciamo male dell'olio di sansa altrimenti i sansisti insorgono in nome del sapore solo più accentuato dell'olio, per così dire, da loro immesso sul mercato).

Vogliamo veramente che ciò accada? Il tempo non è lontano: quest'anno la disponibilità di olio italiano, ottenuto in Italia con olive italiane, sarà disponibile solo fino a metà dell'anno.
Mastro oleario non è una stravaganza: è il tentativo di uscire dalla “morta gora". Per chi vuole restarci, tanti auguri.

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Marina Gioacchini

22 gennaio 2017 ore 18:56

Molto, molto interessante.
Grazie
marina gioacchini