Editoriali
Dalla qualità al valore aggiunto, la sfida dell'agricoltura 3.0
L’immagine edulcorata dell’agricoltura inizia e finisce nei format televisivi. Che invece l’agricoltura sia fatta di sveglie all’alba, di duro lavoro all’aria aperta, di imprevisti climatici si parla poco ma chi dovrebbe farlo se non proprio gli agricoltori? Saper raccontare, per permettere al consumatore di saper scegliere. E' la strada indicata da Francesco Presti
09 dicembre 2016 | Francesco Presti
Vedere il sole albeggiare e far filtrare la sua luce tra le foglie, sentire il calore dei suoi raggi sul viso, ascoltare il canto dei lavoratori felici mentre si abbracciano per augurarsi “buon lavoro!”... Sembra un quadro che rappresenta l’agricoltura di una volta. Dove la fatica del corpo non fa smettere gli occhi di essere felici e i campi non sono solo terre da sfruttare ma luoghi da amare.
Una visione bucolica dell’agricoltura che piacerebbe a tutti poter essere vera, peccato che questo concetto sia tanto bello quanto utopico: al di la delle belle tavole imbandite ad arte dalle varie trasmissioni televisive che si definisco “di settore”, l’immagine edulcorata dell’agricoltura finisce appunto con questi format che sempre più spesso danno quest’immagine spensierata dell’agricoltura che mostra aqualche giro sul trattore ma sopratutto tanto cibo in abbondanza.
Che invece l’agricoltura sia fatta di sveglie all’alba, di duro lavoro all’aria aperta, di imprevisti climatici si parla poco, magari questi temi non fanno audience come le ricche tavole che la TV ci mostra; i problemi veri invece non si affrontano mai o quasi mai. Costi in aumento, tasse e burocrazia, ricavi risicati, lentezza del sistema, difficoltà di accesso al credito e ai finanziamenti, lavoro nero, agromafie, concorrenza sleale, made in Italy tarocco… e chi più ne ha più ne metta!
Tuttavia esiste una bella fetta di produttori che riescono a proporre prodotti che hanno un valore aggiunto e in qualche modo riescono a distinguersi nella giungla dell’agroalimentare. Alcuni hanno capito che dare la possibilità ai propri clienti di guardare dietro le proprie quinte può trasformare i valori in valore. Far quasi toccare la realtà aziendale e far conoscere i principi etici che la costituiscono, giustificano anche un prezzo maggiore sugli scaffali. Perché anche un’emozione o un principio sono valori…e come tali vanno trattati. Sappiamo che il mercato riesce a economizzare anche questi aspetti.
E così, sempre più spesso, una bottiglia di vino racconta la storia di persone detenute che attraverso il lavoro nei campi hanno ritrovato una via per usciere dall’illegalità; un cesto natalizio, rivela il sorriso di ragazzi diversamente abili orgogliosi di avere un lavoro; un marchio racconta dei terreni confiscati alla mafia diventate realtà produttive oppure degli ortaggi a km0 regalano vitalità ad anziani che in alternativa sarebbero soli nelle loro grandi e vuote case. E magari i prodotti sono promossi tramite social network o in e-commerce.
L’hanno chiamata agricoltura 3.0, quell’agricoltura che mette insieme la produzione di eccellenze agroalimentari italiane, le tradizioni rurali, la sostenibilità etica e ambientale con progetti innovativi legati al territorio come le fattorie didattiche, la pet terapy, i mercati contadini, l’agricoltura sociale, gli agrinido, ecc.
Un’agricoltura che ama raccontarsi tramite il web, aggregarsi e confrontarsi nelle così dette “comunità del cibo” e che si è rifiutata di sottostare alle regole di un mercato che guarda solo alla quantità di prodotto e non alla quantità di sorrisi, che punta ad abbassare i prezzi e non lo stress, che ama sfruttare il prossimo anziché collaborare per crescere insieme.
Perchè produrre tanto e “bello” lo sanno fare in tanti ma pochi sanno produrre bene.
Tutto questo sta succedendo, è in cammino e speriamo tutti che diventi una consuetudine, ma il piano di realtà è un altro: i dati ci dicono che le famiglie sono in difficoltà, che la gente rinuncia alle cure o al vestiario perché non si arriva a fine mese, che la disoccupazione è ancora altissima e l’economia ristagna perché chi non lavora non ha soldi da spendere entrando cosi in un loop distruttivo senza fine.
Allora qual è il target dell’agricoltura 3.0? Solamente il consumatore più ricco o la famiglia radical chic? È probabile, ma aggiungerei anche quella fascia di persone che pur facendo fatica a vivere dignitosamente non vuole rinunciare al buon cibo legato ad alcuni principi che possono e devono essere comunicati con maestria dai nuovi agricoltori. Che sia cibo esente da contaminazioni, prodotto localmente o in modo etico sarebbe errato considerare il consumatore italiano miope di fronte queste questioni e le persone che stanno sviluppando una coscienza etica-ecologica nei confronti del cibo sono disposti a fare qualche sacrificio in più.
Perchè noi italiani siamo un po’cosi: sembriamo pecoroni che prendono mazzate a testa bassa ma una volta messi di fronte a scelte importanti sappiamo anche scegliere bene!
Non solo per il proprio interesse ma anche per quello della Comunità.
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