Editoriali
Differenziare l'olio d'oliva per far scegliere il consumatore
L’aggettivazione “artigianale" dell'olio - spiega Mario Pacelli - appare consentita sia dalla normativa europea, che consente indicazioni facoltative in etichetta, aggiuntive cioè a quelle obbligatorie, sia dalle decisioni fin qui assunte dall'autorità per la tutela della concorrenza e dalla giustizia amministrativa
13 maggio 2016 | Mario Pacelli
Attualmente il mercato dell'olio dalle olive è terreno di molti equivoci, indotti alcuni da una regolamentazione che non consente la indicazione distinta di chi ha molito le olive e di chi commercializza l'olio con il proprio marchio. Ciò non consente al consumatore di sapere se l'olio che acquista è stato ottenuto dalle olive di chi lo ha confezionato e lo commercializza con il proprio marchio o è stato acquistato in un qualunque paese della comunità europea e poi confezionato. Ne consegue che, tratto in inganno dal marchio italiano (ma tale solo formalmente in quanto la società che lo utilizza nella maggior parte dei casi è di proprietà di cittadini di altri paesi) il consumatore ritiene di acquistare olio italiano quando invece si tratta di un olio diverso, ottenuto da tipi di olive (cultivar) diverse da quelle tipiche italiane. Ciò non avviene quando nell'etichetta è indicato che si tratta di olio italiano, ma molto spesso il consumatore non è attento a questo particolare guardando solo al marchio italiano che ritiene esauriente. Unica soluzione per garantire il consumatore sull'origine dell'olio che acquista è informarlo in qualche modo su chi lo ha confezionato che può essere un soggetto diverso da chi lo ha prodotto: diffondere questa consapevolezza diventa implicitamente lo strumento più valido per garantire la sopravvivenza dell'olio delle olive prodotte da migliaia di anni nel nostro paese ed oggetto spesso di una concorrenza sleale che fa leva più sul prezzo che sulla qualità.
Stando così le cose l'unica strada percorribile sembra quella di dare al consumatore la possibilità di scegliere all'atto dell'acquisto un olio dalle olive prodotto nei frantoi italiani dalla stessa azienda che lo confeziona e lo mette in commercio: ciò può avvenire solo specificando nell'etichetta che si tratta di olio artigianale, intendendo come tale quello ottenuto alla fine di un ciclo produttivo di cui è responsabile chi ne stabilisce le particolari caratteristiche che dipendono dal luogo di produzione, dalla materia prima (cultivar) disponibile, dalla temperatura, dalle caratteristiche delle attrezzature disponibili e dalla tipizzazione particolare dell'olio che vuole ottenere.
L’aggettivazione “artigianale" dell'olio appare consentita sia dalla normativa europea, che consente indicazioni facoltative in etichetta, aggiuntive cioè a quelle obbligatorie, sia dalle decisioni fin qui assunte dall'autorità per la tutela della concorrenza e dalla giustizia amministrativa: artigianale non è il prodotto dell'azienda artigiana ma quello risultante da un processo produttivo alla cui modulazione l'uomo interviene in modo decisivo. Su un punto sembra possono esserci pochi dubbi dopo le decisioni cui si è fatto riferimento: prodotto artigianale è quello non seriale nel cui processo produttivo interviene l'uomo ben consapevole che dalle sue decisioni dipenderà la peculiarità del prodotto ottenuto e la sua differenziazione rispetto agli altri.
Con una serie di accorgimenti, tutti consentiti dalle norme vigenti, si può rendere il consumatore consapevole di tutto ciò ed anche evitare che venga acquistato dagli imbottigliatori olio artigianale per poi rivenderlo come tale con il proprio marchio.
Naturalmente nulla esclude che anche l'industria possa produrre olio artigianale: dovrà però commercializzarlo come tale distintamente da quello che non può avere questa qualificazione sia per la quantità prodotta, sia per l'assenza degli altri requisiti. Comunque ad evitare possibili frodi, la prova di quanto asserito in etichetta si trova facilmente nelle comunicazioni fatte al registro telematico SIAN.
È questo il frutto di una riflessione condotta all'interno dell'AIFO e di cui vengono resi compartecipi oggi tutti frantoi, liberi naturalmente di utilizzare o meno il suggerimento, tenendo anche conto delle probabili reazioni dell'industria olearia in tutte le possibili sedi. Chi vuole rischiare rischi, chi non vuole rischiare continui sulla strada attuale: è una scelta importante e sulla quale negli anni a venire si può giocare il destino dell'olio italiano e dei frantoi oleari oltre che della olivicoltura italiana. Già oggi in molti casi la raccolta delle olive risulta antieconomica per il prezzo di mercato troppo basso: più ancora lo sarà in futuro quando sul mercato si scatenerà la vendita dell'olio importato da mezzo mondo con il nuovo trattato sul commercio internazionale. In prospettiva c'è, nel breve e medio periodo, la possibilità che l'olio di frantoio commercializzato come tale raggiunga una quota di mercato fino al doppio di quello attuale. Diminuirebbe in tal modo la quantità del prodotto importato dall'estero per i consumi interni con effetti positivi sull'agricoltura italiana e sull'attività di trasformazione dei prodotti agricoli nel nostro paese.
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