Editoriali

L'agricoltura biologica non è quella di quando la chimica non esisteva

08 aprile 2016 | Francesco Presti

Quando si parla di agricoltura biologica, l’immaginario collettivo è quello di un insieme di pratiche agricole poco innovative, ferme agli anni in cui la chimica non esisteva. Per quanto tale visione possa dare un senso di nostalgica rimembranza dei tempi che furono l’agricoltura biologica non è più una tecnica semplicemente Chemical Free ma uno stile agronomico che con metodi di una volta rivisitati in chiave moderna riesce a creare equilibri che portano a produzioni agricole redditizie, senza l’uso di input chimici di nessun tipo. Da ciò si deduce facilmente che le aziende biologiche, moderne e competitive, sono solitamente gestite da esperti, spesso giovani e laureati, che riescono a fare agricoltura di qualità armonizzando interi agro-ecosistema con interventi che richiedono strategie di notevole complessità. Il meccanismo che ha guidato (e guida) l’agricoltura convenzionale si limita a interventi sintomo-medicina che vanno appunto a eliminare il sintomo ma mai la causa che lo determina.

L’agronomo o l’agricoltore “bio”, in quanto a strumenti tecnologici e sistemi innovativi, non hanno niente da invidiare ai colleghi “convenzionali”. Negli ultimi anni diversi sono stati gli spunti che l’agricoltura intensiva ha preso in prestito dall’agricoltura biologica. Molti si stanno rendendo conto che utilizzare metodi che sfruttano la prevenzione e le potenzialità naturali degli ecosistemi nel contenere i patogeni o migliorare la sostanza organica nel terreno, diminuisce, nel medio-lungo periodo, la quantità di interventi da effettuare. Così come, fare attenzione al benessere animale, fondamento degli allevamenti biologici, rende gli animali naturalmente più sani, forti, longevi e produttivi.

Per ottenere buoni risultati produttivi l’azienda biologica deve avere un’ottima conoscenza del territorio nel quale opera e dei rapporti inter e intraspecifici che possono crearsi nell’ecosistema aziendale. Un compito per niente facile che richiede una grande preparazione di ampio respiro che abbraccia più ambiti di studio: dalla botanica all’agronomia, dall’ecologia fino alla conoscenza dei cicli biologici delle piante, dei patogeni, degli antagonisti e tutti i fattori dell’ecosistema, nessuno escluso.

E così si ricorre alle rotazioni appositamente studiate per aumentare, a seconda delle esigenze, la sostanza organica, l’azoto nel terreno o per la gestione delle infestanti. Si utilizzano fitofagi naturali, feromoni, confusione sessuale, rilascio di maschi sterili per controllare le popolazioni di parassiti e mantenerle sotto le soglie di danno.

Chi guida un’azienda bio è un po’ come un pittore che con poche pennellate al punto giusto e con nuovi colori riesce a elevare un quadro già perfetto a una sublime armonia!

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Remo Carlo Egardi

14 aprile 2016 ore 17:31

Guardate la registrazione di martedì su la 7. Quello che dice Garattini ha dell'incredibile. Un pressapochismo e una disinformazione così palese non te l'aspetti neppure dal più sprovveduto degli umani. Il vero problema è che tipi come Garattini hanno credibilità.

Mauro Galardi

14 aprile 2016 ore 10:16

In riferimento all'osservazione di Remo Carlo Egardi, queste dichiarazioni vanno contestate da tutti noi produttori e dagli Enti Certificatori se vogliamo mantenere la nostra cerdibilità ! NON POSSIANO PIU' TOLLERARE DI ESSERE INFAMATI IN PUBBLICO FINO A QUESTO PUNTO

Remo Carlo Egardi

13 aprile 2016 ore 22:34

Bisognerebbe girare questo articolo a Silvio Garattini che martedì da Floris ha dichiarato che praticamente il bio non esiste perchè non possiede né un marchio né controlli specifici! E' spesso autoreferenziale e molto costoso. Beata ignoranza!