Editoriali

Ma il villaggio globale si è ristretto?

Il commercio internazionale sembra ormai cambiare verso e non a vantaggio delle realtà esportatrici. Sarà uno scontro al'ultimo sangue sul fronte interno? Secondo Mario Pacelli le tendenze in atto scoraggiano i progetti produttivi e commerciali a medio e lungo termine 

29 gennaio 2016 | Mario Pacelli

Nessuno sembra essersene accorto ma il commercio multilaterale internazionale, talvolta definito sbrigativamente globale anche se veramente globale non lo è mai stato, sembra sempre più appartenere al passato.

Lo ha detto alla recente Conferenza sul commercio mondiale di Nairobi il rappresentante degli Stati Uniti presso il WTO Michael Froman ed i dati più recenti sembrano confermare le sue previsioni. Il rallentamento dell'economia cinese, con effetti su quella di molti paesi non solo asiatici ma anche africani, la debolezza delle monete dei Paesi produttori di materie prime ed importatori di prodotti lavorati che scoraggia le importazioni, la crescita di altri paesi nel settore agricolo diventati, da importatori, talvolta esportatori di prodotti derivanti da culture agricole, sono tutti fattori potenti di contrasto del mercato globale, mentre i venti di guerra, e i timori e le paure che ne derivano, scoraggiano i progetti produttivi e commerciali a medio e lungo termine e conseguentemente lo sviluppo dei mercati sia interni che internazionali.

A completare il quadro stanno la distruzione di questi ultimi derivanti da accordi commerciali di importazione/esportazione di merci a prezzi politici per sorreggere politicamente regimi di Stati ed economie zoppe con buona pace degli economisti classici per i quali forse questi artifizi erano ancora sconosciuti.

In questo mutato scenario internazionale viene da chiedersi che cosa avverrà per l'olio extravergine di oliva (le previsioni economiche sono come quelle metereologiche: non è escluso del tutto il tempo cambi ma per ora tutto lascia presumere che domani piova).

Difficile, veramente difficile, che l'Italia, paese produttore ed esportatore insieme, riesca a mantenere l'attuale livello delle esportazioni specie verso i mercati asiatici.

Sui progetti di esportazione legati all'Unione Europea c'è da fare ancora meno conto, perché in questo momento la UE è su posizioni prevalentemente difensive della sua esistenza e sembra più orientata a favorire le importazioni per motivi politici (vedi le 35.000 t. di olio di cui si vorrebbe autorizzare l'importazione dalla Tunisia) che ad accordi bilaterali per le esportazioni UE- altri Paesi.

Difficile anche che gli esportatori italiani rinuncino a produrre le loro “famose miscele” di oli comunitari; se non potranno più venderle all'estero cercheranno probabilmente di aumentare i loro spazi di mercato in Italia.

A loro favore potrebbe giocare un aumento della domanda interna che è però altamente improbabile per un prodotto svalutato nella propensione dei consumatori per le notizie di ricorrenti frodi e per la difficoltà persistente di incremento dei redditi individuali mentre la disoccupazione scende lentamente. Secondo gli economisti più accreditati per i prossimi tre anni non ci sarà da fare gran conto sull’aumento della domanda interna, come del resto l’AIFO aveva specificamente affermato nel suo congresso di Sorrento del 2013: la domanda crescerà adagio così come i redditi procapite. È vero che i consumi alimentari sono un nocciolo duro ma anche vero che proprio per questo motivo la domanda non cresce in parallelo con l’aumento dei redditi ma segna un ritardo rispetto ad esso.

L’unica strada possibile per gli esportatori è una strada tutta in salita: sarà difficile per loro premere per una politica di filiera dopo aver mostrato per tanto tempo di preferire l’esibizione dei muscoli al dialogo. Qualche difficoltà per l’industria olearia rivolta prevalentemente all’esportazione sembra cominciare ad emergere: è recente la notizia che il gruppo Mataluni, dal 2014 partecipato al 20% dall’ISA (ente del Ministero dell’agricoltura) con un notevole esborso di danaro pubblico, ha ceduto un’altra quota del capitale sociale ad un fondo d’investimento con il fine dichiarato di avere più strumenti per esportare.

È prevedibile dunque che gli imbottigliatori tenteranno l'occupazione di spazi finora occupati dai frantoi oleari artigiani e dalle piccole imprese olearie. Sarà una battaglia molto difficile che tutto lascia prevedere frazionerà ulteriormente il mercato interno istituzionalizzando un sistema di nicchie ciascuna con un proprio terreno di riferimento.

La Grande Distribuzione, che ormai controlla circa la metà del mercato, e chi opera nei centri multigestionali, non potrà evitare di offrire al consumatore sui propri scaffali una opzione tra qualità e qualità-prezzo, tra un olio ottenuto da olive italiane ed uno da miscele di oli di diversa provenienza, tra un olio di alta qualità e un extravergine ai limiti dei parametri di riferimento.

Nell’anno 2016 ci saranno certamente molte cose da dire, soprattutto da parte del Governo che mostra una certa difficoltà a contenere l’importazione dell’olio tunisino proposta dagli organismi comunitari, mentre il rappresentante italiano presso il COI fatica sempre più a contenere la pressione di paesi come la Turchia che vorrebbero una classificazione dell’olio d’oliva per loro più favorevole. La GDO non ha ancora fatto sentire la sua voce morsa anch’essa dalla crisi nelle sue zone periferiche, ma sembra veramente che presto o tardi sarà chiamata a dare una sua risposta al problema.

Il commercio internazionale cambia verso e il mercato interno si riprende lentamente: sarebbe opportuno che tutti i settori interessati all’olio d’oliva italiano esprimessero le loro idee. E se le hanno le loro proposte.

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Gigi Mozzi

02 febbraio 2016 ore 09:31

Quella che finirà (prima o poi) sarà la cattiva globalizzazione: quella della speculazione, dell’imitazione, della competitività, quella che, solo per una questione dimensionale, partendo dal grande vuole imporre le regole al piccolo.
La buona globalizzazione, quella che costruisce il muro partendo dal mattone, invece continuerà ad espandersi, a crescere.
La cattiva globalizzazione ha messo le merci da una parte e i valori dall’altra: ha bloccato il semaforo e così la libera circolazione delle merci ha impedito la libera circolazione dei valori.
La buona globalizzazione segue la corrente che, da sempre, alimenta i mondi della biologia, della fisica vecchia e nuova, dei sistemi, della tecnologia, delle relazioni: l’innovazione.
L’innovazione ci salverà: l’innovazione che non è solo vedere le cose non viste, fare le cose non fatte, ma anche vedere con occhi nuovi le cose di sempre.
Per scoprire l’innovazione dalle parti nostre, si tratta di cambiare la prospettiva che abbiamo mantenuto fino ad ora.
Tutte le volte che si discute di olio, si sente sempre parlare delle cultivar, del territorio, dei frantoi, delle miscele, delle certificazioni, della qualità in bottiglia, di import e di export, spesso si evocano –alla rinfusa– i competitori, qualche volta si sente nominare la ristorazione, di rado viene citata la distribuzione (piccola, media e grande che sia): dei consumatori non si parla mai.
Si parla sempre del panel degli assaggiatori (per capire se il prodotto è come promette) e mai del panel dei consumatori (per capire se hanno capito, che cosa): si parla delle certificazioni della qualità e mai della percezione dei consumatori.
Mi è sempre sembrato strano, ma un poco alla volta, il sospetto che avevo, è certezza: non si parla dei consumatori perché non ci sono.
Al massimo ci sono gli acquirenti, che quando acquistano cercano di pagare il meno possibile: i consumatori, quelli che quando sono a tavola cercano e consumano la qualità, non ci sono.
Perché non c’è la qualità, quella che crea l’emozione, quella che loro aspettavano.
L’innovazione, quella che fa la buona globalizzazione, comincia da lì: dai consumatori, dalla loro soddisfazione e dal loro comportamento.
Poi, nell’ordine, potremo parlare di distribuzione, poi di trasformazione, poi di coltivazione.