Cultura
Offrire il fianco al sonno leggero
"C’è qualcosa di istintivo, di vuoto e soffiante nel paesaggio che osservo, girato sul fianco, prima di addormentarmi. Come un’icona astratta, dove si riversino senza logica ombre e luci, materia di corpi e movimento". Una visonaria prosa di Nicola Dal Falco
03 luglio 2010 | Nicola Dal Falco

OFFRIRE IL FIANCO
Prologo al sonno leggero
Anche adesso, piuttosto che infilarmi nel letto preferisco sdraiarmi e coprirmi
con un mantello di lana blu.
Mi dà fastidio il peso delle coperte, la loro ragione a strati, lâessere piegate
ad un unico scopo e, forse, un poâ dipende dalla posizione: io mi addormento
sul fianco, cerco il sonno, scivolando di lato, riunendo le membra in unâunica
forma, in una nuotata al di qua dei frangenti, dove il fondo quasi si tocca
e il cielo sembra più vicino.
Chi dorme prono o supino evoca ambienti verticali: la vetta su cui, infine, crollare o il tuffo a capofitto per abbracciare le luci fatue dellâabisso.
Loro sì, debbono sistemarsi sotto una pressa, chiudere gli occhi come bestie ferite e i sogni nati in quelle posizioni avranno sempre qualcosa di perentorio: diranno molto in maniera difficile, tenderanno a visitare la realtà , a ripercorrerla, rendendo smisurata la percezione degli avvenimenti del giorno.
Ci sarà per questi esploratori verticali un problema di ossigeno come avviene in alta montagna e sottâacqua.
Però, se ci penso meglio, è sul fianco che muoiono molti fossili; il fianco rivolto verso il cielo è un modo di rientrare nella cornice, dâimpietrire, tornare sasso, anziché lasciare traccia di sé nellâarchitettura o nella tomba: proni a braccia, bocca e gambe socchiuse, supini, proteggendo il proprio oro nellâaldilà .
Sul fianco, facendo muro al vento, pensando il mondo come un pesce, si addormentano i viaggiatori leggeri, i viaggiatori del deserto.
Quelli che per un poâ o per una vita mettono se stessi nel vuoto, riempiendo il cuore di unâinterminabile frana di voci.
Ma è nella siesta che questo modo di assentarsi acquista un sapore speciale.
La giornata è solo a metà : se nella prima parte abbiamo lavorato o pensato, nella seconda potremo alternare allâimpegno il divagare o il contrario.
Ogni volta che mi stendo nel primo pomeriggio, medito sulle cose che il sonno mi regalerà ; attendo qualcosa in cambio e perciò mi preparo.
La bellezza del sonno leggero, sul fianco, sta nei suggerimenti che dà , negli imprevisti che genera, in quei segnali che non turbano la quiete del bosco, ma fanno tenere la direzione.
Appunto, câè qualcosa ancora della veglia, dellâandare in questo tipo di sonno come il cacciatore innamorato, la vedova silenziosa, lâalbero che ha visto il fuoco. Si viaggia e chi ha viaggiato nel deserto sa che, per quanto attento, quel viaggio è a volte quasi un sonno, un lasciarsi cullare a pelo dâacqua, amando sia la corrente sia la bonaccia.
Nei sogni dei giusti, che si coricavano dietro un sasso o sotto la sporgenza di una roccia, il cammino da fare si precisa col sonno; girati sul fianco, raccolti, possono allungare il passo, scorrere più avanti del proprio tempo.
Vedendo ad occhi chiusi, bevendo immobili, si mettono al fianco dellâinvisibile, si lasciano portare su, verso unâ incandescente trasparenza. Conservo una grande xilografia di Glauco Baruzzi su linoleum, fatta nel ricordo del deserto di Palestina.
Lâangelo, in alto a sinistra, sta per raggiungere Giuseppe che attende il sogno fiducioso. Le sue vesti, dispiegate in gorghi come nelle icone bizantine riecheggiano i corrugamenti del terreno, slanci e conversioni del paesaggio in cui il vento ha messo a nudo, scarnificandola, lâossatura del mondo, la geologia della creazione.
Inutile dirlo, Giuseppe riposa sul fianco come Adamo al momento dellâincostolamento di Eva, come Maria nella grotta, come i partecipanti ai banchetti di questo e dellâaltro mondo.
Riaffiora, infine, il ricordo di due sonni esemplari. Dopo un lungo trasferimento, sopra lâerba secca, in un sole zafferano di fine inverno, dormii senza pene, vestito col verde marcio della divisa e dellâintera valletta.
La campagna conserva di questi angoli aperti, senza ricordi particolari, dove lâinverno scolora e la primavera riempie; capaci di farti addormentare per unâora buona e risvegliarti senza un brivido, convinto di aver solo socchiuso gli occhi. Allora, quel breve sonno fu una semplice benedizione di cardi, querce e rari passeri.
Lâaltro persiste come un aroma che da caldo si stempera in bocca, lasciando
un benessere furtivo⦠quasi un tatto addosso.
Era un viaggio in Mauritania, prima di giungere allâoceano, in una zona
senza ripari, con lievi ondulazioni che circondavano per tre quarti lâaccampamento.
Avevamo, metaforicamente, gettato lâancora in una baia, tra isole affioranti, in un profumo di terra. La sera fu senza vento e così la notte fino alla partenza. Mi coricai in tenda vestito, svegliandomi a tratti, felice. Nelle prime ore del mattino, gettai sulle spalle il giaccone, fuori il cielo rifulgeva come uno specchio.
Mi parve un gesto di ringraziamento: mi sistemai meglio dentro il mio stesso tepore e sorrisi alla benevolenza delle cose.
Queste due esperienze mi comandano ancora al momento di andare a letto
e il vecchio mantello blu trattiene solo fino a un certo punto il calore del corpo; è lì, irresistibile, a moderare le ambizioni riposte.
Appendice al sonno leggero
Molto mi aiuta il profilo del monte: una linea continua e massiccia che, col cielo, divide in due campi simmetrici lo spazio della finestra.
Soprattutto, in questi giorni dâinverno, dopo le nevicate e un vento di föhn
che ha scurito i pendii nei punti più esposti e trasformato il monte in un corpo
tatuato di bianco.
Câè qualcosa di istintivo, di vuoto e soffiante nel paesaggio che osservo,
girato sul fianco, prima di addormentarmi. Come unâicona astratta, dove si riversino senza logica ombre e luci, materia di corpi e movimento.
Un drappo di morte con parole cucite, notte sul mare e nuvole in corsa.
Progressivamente, il monte assorbe la parte cosciente, dispiegando e riconfondendo
i segni casuali che da terrestri coprono il cielo, il primo ad offuscarsi quando socchiudi
le palpebre. Storie di una lingua diruta, buona a fare esorcismi, a chiudere e aprire libri,
lettere sul punto di tornare suono, ritmi disegnati.
Non più una nevicata, ma scie, passi incrociati che scivolano sullo specchio del cielo.
Un monte sciamanico, la cosa che senti, ma non potresti ridire, calamita di pause, corona di fiati e parole divaganti nel sonno.
Sotto e sopra il monte, sul cardine del giorno che gira in notte, chiudendo o aprendo
gli occhi nel buio dove la luce ricade.

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