Cultura
Il vino più antico d'Italia ha 3500 anni
Scoperta archeologica aTerramara di Pilastri, risalente a circa il 1600-1300 a.C. Già all'epoca utilizzato lo zolfo per tenere sotto controllo le fermentazioni indesiderate. I vasi usati per il vino sono tazze usate per bere, ma anche dei grandi bacini con capacità di circa 40 litri
02 novembre 2020 | C. S.
Una "bottiglia" di vino di 3.500 anni fa. A Bondeno, in provincia di Ferrara, sono state rinvenute le prove del più antico consumo di vino in Italia.
La scoperta è stata fatta dal professor Massimo Vidale del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova e lo studio è stato pubblicato sul Journal of Arcaheological Science.

Lo scavo è quello della Terramara di Pilastri, risalente a circa il 1600-1300 a.C., realizzato in collaborazione con la Sopritendenza dell’Emilia Romagna e il Comune di Bondeno:
“Le analisi gas-cromatografiche effettuate da Alessandra Pecci (Università di Barcellona) – spiega Massimo Vidale - dimostrano che circa più di un terzo dei frammenti di vasi di Pilastri sinora esaminati contengono tracce dei bio-markers del vino, ossia acidi tartarico, succinico e maleico, e che in alcuni casi il contenuto aveva tracce di zolfo e di resina di pino. Lo zolfo potrebbe essere stato aggiunto come anti-fermentativo della bevanda, oppure essere stato usato per sterilizzare i contenitori; la resina, per impermeabilizzare le parti interne dei vasi. D'altra parte, allo stato attuale delle conoscenze non è possibile distinguere le tracce residue di vino da quelle dell'aceto, che potrebbe essere stato usato come bio-conservativo per pesce, carne e verdure al posto del sale, molto più costoso perché doveva essere importato dalle zone costiere, e serviva anche per l'allevamento animale. I vasi usati per il vino sono tazze usate per bere, ma anche dei grandi bacini con capacità di circa 40 litri, il che presuppone una vinicoltura non episodica”.
Queste nuove informazioni, assieme ad analoghe evidenze ottenute dallo scavo del sito contemporaneo di Canale Anfora, presso Aquileia, scavato da Elisabetta Borgna dell'Università di Udi integrano il quadro delle ricerche paleobotaniche, le quali per lo stesso periodo indicano un intensificato sfruttamento della vite, anche se non è ancora chiaro lo status pienamente domesticato o meno della pianta.
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