Cultura
Il bianco? E’ il colore dei trapassati
Le puttane spendono l’attesa sul posto, incipriate, con la faccia bianca sul collo nero. Ai margini della radura asfaltata, di un bosco fatto a pezzi, gli antenati aspettano il prossimo uomo per cavalcarne il cuore, ingarbugliarne i cervelli
23 aprile 2011 | Nicola Dal Falco
Visi Pallidi
Sulle strade scoscese, collinari, le puttane nigeriane aspettano; negre due volte, del Paese nero, blu, oltre notte.
Spingono con lo sguardo, con il bacino, salgono e scendono, si girano, aspettano. Un movimento continuo, trasversale, le attanaglia come sabbia che frani.
Spendono l’attesa sul posto, incipriate, con la faccia bianca sul collo nero. La testa sembra quasi che si sollevi dal tronco, che viva a parte una vita doppia, di maschera. Il bianco è il colore dei trapassati, degli spiriti catturati nella danza.
Un pallore d’ossa, un filo di fumo che si torce lungo il sentiero, leggero, elegante, inspiegabile.
Ai margini della radura asfaltata, di un bosco fatto a pezzi, gli antenati aspettano il prossimo uomo per cavalcarne il cuore, ingarbugliarne i cervelli. E spesso, scoppiano grida tra i cespugli e un vapore che non è nebbia avvolge la curva.
***
Alla festa sotto il monte Agou, una delle donne ha parlato come un vecchio capo. Chi lo aveva conosciuto, ha sentito la voce roca, il tono spavaldo.
La donna pestava i piedi, ruotando gli occhi e minacciando con il dito.
Ad ogni ricorrenza, dove non manchino birra e tamburi, l’antenato prende posto in quel corpo alto e asciutto. Quella notte, si celebrava la morte di una grande sacerdotessa, la festa era ovunque, in un raggio di cento chilometri. Le confraternite degli altri villaggi si parlavano, volando sopra il Paese.
Sotto la tettoia di lamiera, passava la luce delle stelle e un chiarore dietro il bosco annunciava la luna nuova. Uscirono due cerve, coperte di caolino, immacolate come neve.
La gente guardava e i suonatori tentarono un paio di brucianti partenze. Le cerve abbassarono il petto fino a terra, ondeggiando ritmicamente le braccia.
Provarono per qualche minuto, scuotendo il corpo come il melo quando è carico di frutti.
I tamburi rallentarono per primi e, subito dopo, il cerchio rimase vuoto.
Ci furono dei commenti, qualche risata e un giro di grappa.
Poi, successe l’inevitabile: le due belle, animalesche e lunari, s’impaurirono a morte o fecero finta.
Abbracciandosi, scomparivano dietro una quinta di stoffa per riapparire e indicare i turisti, sommersi dal caldo e dall’ombra della tettoia.
Più bianchi di loro, dei morti. Spiriti di carne, troppo veri, immondi, magia essi stessi.

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