Cultura
Tragreras, a sud di Tamanrasset
Passeggiammo sempre a testa bassa, affascinati da niente, vagando senza pensieri. L’intensa prosa di Nicola Dal Falco
20 novembre 2010 | Nicola Dal Falco

Avevamo dormito dentro un cerchio di rocce, ai bordi dell'altopiano, tra pareti di arenaria che sotto il sole, di ora in ora, diventavano sempre più nere.
Sembrava un castello, una corte monumentale con due porte.
Quella d'uscita, al lato opposto della pista, era ingombra di dune.
Risalendole, si entrava in una valle sassosa ricoperta di sabbia fine.
Su quel terreno, i sandali facevano un rumore di carta stropicciata. L'aria calda e immobile raddoppiava il silenzio.
Senza accorgercene, ci eravamo messi a camminare lentamente in fila indiana; davanti Ibrahim con il suo passo leggero, dietro Mustafà senza turbante. Il figlio del touareg e l'arabo della costa. Il forte riverbero faceva tenere basso lo sguardo.
Dopo circa mezz'ora trovammo l'oued. Sulle sponde, quasi scomparse, un tempo cresceva il papiro e grugnivano gli ippopotami.
Per terra si notavano delle tracce di lucertole che andavano da un cespuglio all'altro. La magra vegetazione, i mucchietti di sassi e la sabbia pettinata dal vento dovevano apparire ai loro occhi come un mondo complesso.
Passeggiammo sempre a testa bassa, affascinati da niente, dai minuscoli detriti, dai frammenti di quarzo, vagando senza pensieri. Ibrahim no, lui girava fermandosi spesso, muovendo la sabbia col piede e chinandosi.
Quando ritornò teneva in mano alcune punte di freccia: una verde topazio, provvista di alette, le altre bianche, trasparenti.
Anche Mustafà aveva un suo tesoro fatto di pezzetti di ceramica, decorata con motivi ripetitivi, quasi un'arcana enumerazione.
Ci guardammo in faccia scoraggiati; eravamo passati negli stessi punti senza vedere nulla, con piedi ed occhi di piombo.
Alla fine s'alzò il vento, immediatamente scese come una foschia e ogni ulteriore ricerca di reperti neolitici venne abbandonata.
Ci volle più di un'ora per tornare verso il cerchio di rocce, con gli occhi arrossati e il naso pieno di sabbia. Per la seconda volta Ibrahim scoprì qualcosa.
All'ombra di un roccione cresceva un arbusto metà secco e metà carico di frutti violacei, simili a peperoncini.
Ne prese uno, lo ruppe in punta e fece cadere una goccia di latte nell'occhio destro. Ripeté l'operazione con il sinistro. Ci guardò dolcemente e disse: "Voulez-vous du collyre"?.
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