Editoriali

Agronomi in cerca di pace

05 dicembre 2009 | Alberto Grimelli

Ci risiamo.
Un altro appello all’unità, a stemperare i toni, a evitare fibrillazioni e "strumentalizzazioni".
In sella da un anno come presidente del Conaf è toccato ad Andrea Sisti lanciare tale richiesta e preghiera ai “vecchi” e ai “nuovi” dirigenti ma anche a tutti gli iscritti.
Non è la prima volta che sento simili appelli, probabilmente non sarà l’ultima e non ci dobbiamo stupire.
Tutti vogliamo la pace, è assolutamente comprensibile che la si invochi, mi stupisce che a chiederla sia un Consiglio nazionale che ha navigato in acque calme per molti mesi, se non fosse per una dolorosa spina nel fianco: il pronunciamento della magistratura sulle ultime elezioni.

Il Tar del Lazio, il 20 novembre, si è infatti pronunciato sentenziando, di fatto, l’annullamento delle elezioni. Il Consiglio di Stato, il 25 novembre, ha sospeso la sentenza del Tar in attesa di decidere.
Tutti gli attori di questa tragi-commedia sono assolutamente consapevoli che il quadro non cambierà, che il Consiglio di Stato si pronuncerà nuovamente a favore della regolarità delle elezioni.
I “vecchi” consiglieri del Conaf non si sono costituiti, né al Tar né al Consiglio di Stato, come resistenti e l'ex presidente Mercurio ha fatto sapere che il suo unico interesse è per la verità come verrà accertata dalla magistratura.
Strada spianata quindi alla conferma dell’attuale assetto, eppure si invoca la pace.

Occorre scavare in profondità per capirne le ragioni e più si scava più sorgono dubbi e quindi domande.

Mi chiedo se talvolta non si scambi la normale, vivace e accesa dialettica per una dichiarazione di guerra.
Discutere non significa necessariamente guerreggiare ma confrontarsi e anche le polemiche, a volte, servono. Sono utili a mettersi in discussione.
Purtroppo, molto spesso, nella nostra categoria come nella società, ci si arrocca. Se non sei con me sei contro di me. Una tendenza che crea fazioni e frizioni. Una situazione da cui è necessario uscire.

Come?
Facendo chiarezza e cercando i veri motivi di tensione.

Ve ne è almeno uno, irrisolto da molto tempo, all’interno della nostra categoria.
Quanto l’istituzione ordinistica è pura rappresentatività e quanto deve essere un supporto al “business” del professionista?

In altri enti se ne parla, se ne discute e ci si confronta.
All’Associazione Città del Vino, come confermatoci dal neo presidente Pioli, si ammette la coesistenza di queste due anime, di chi vorrebbe più promozione per le aziende vitivinicole, con partecipazioni a fiere internazionali da parte dell’associazione che sarebbe il cappello sotto cui si riunirebbero le imprese, e chi punta invece a una programmazione istituzionale, di promozione dei Comuni e di lobbing affinché le aziende possano operare, autonomamente, nelle migliori condizioni.

E’ chiaro che un Conaf che miri ad incrementare il fatturato dei propri iscritti, si proponga di essere il cappello sotto cui gli iscritti dovrebbero riunirsi per proporsi, per mettersi in mostra, lasciando la strategia di marketing al Consiglio nazionale.
Viceversa un Conaf che voglia attenersi scrupolosamente alle attribuzioni dell’ordinamento professionale, sarebbe pura rappresentatività, tutelando gli iscritti negli interessi essenziali, ma lasciando all’intraprendenza e alle capacità di ognuno le possibilità di successo professionale.

Queste due diverse interpretazioni dell’attività ordinistica esistono e quindi devono convivere.
Vi può essere convivenza solo però grazie al dialogo, allo scambio di opinioni, al contradditorio.
Ecco allora che bisogna intendersi sul significato di pace.
Certo non può essere una pax romana, ovvero la sottomissione del vinto al vincitore.

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