Editoriali

CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO

05 giugno 2004 | Sante Ambrosi

Cosa sia successo in Iraq a proposito delle torture inflitte dagli eserciti statunitensi e inglesi ai prigionieri di quel Paese ormai è di dominio pubblico. Qualcuno ha minimizzato, qualche altro ha cercato di spiegare con le ragioni di una situazione incandescente, ma ormai nessuno nega che ci siano state e che siano un vero scandalo per un Occidente che si era proposto come portatore di libertà e giustizia. Non voglio entrare in discussioni politiche, né voglio schierarmi su uno dei vari fronti che sono ora al centro di furiosi dibattiti in quasi tutti i Paesi interessati, Italia compresa. Mi limito a fare qualche modesta considerazione su tale vicenda.

Prima di tutto vorrei dire una parola sulle motivazioni che sarebbero state addotte per un simile comportamento. Abbiamo sentito i soldati accusati e tutt’ora sotto processo che vogliono giustificare il proprio comportamento dicendo che avevano ordini dall’alto. E questo sembra anche vero da quanto via via emerge dai dibattiti in corso. Ma va detta subito una cosa: non è possibile pensare che un tale ragionamento possa diminuire le responsabilità di chi ha accettato una tale, eventuale, direttiva. Il motivo è semplice: la tortura non è solo un’umiliazione nei confronti di chi la subisce, ma è una disumanizzazione di chi la pratica. Su questo punto non si può invocare l’obbedienza agli ordini dei superiori. Nessuno può dare ordini che siano in contrasto con le leggi umanitarie, ma neppure nessuno si deve in qualche modo autorizzato a infliggere torture ad un suo simile perché comandato o sollecitato. Chi accetta un tale ordine si mette al di fuori dell’umanità e deve per ciò stesso accettarne le conseguenze senza attenuanti.

A questo punto ci viene spontanea una domanda: come mai i popoli civili, come pretendono di essere gli Stati Uniti e l’Inghilterra, sono arrivati a questo punto?
Molti hanno parlato della necessità di avere informazioni utili per combattere il terrorismo. Ma anche questo ragionamento non tiene, e non solo per il discorso che abbiamo appena fatto, ma anche per l’inutilità sul piano strategico.
Sull’inutilità delle pene per estorcere la verità avevano già scritto Pietro Verri, con l’operetta Considerazioni sulla tortura, e Cesare Beccarla con l’opera Dei delitti e delle pene, che sarà subito tradotta in varie lingue in Europa e che ebbe vastissimi consensi non solo tra i filosofi francesi, quelli dell’Enciclopedia, ma anche nelle corti più famose del tempo, presso Maria Teresa a Vienna e la zarina di Russia Caterina II.
Questi autori già allora, e siamo nel 1760, dimostrarono, con dovizia di dati e di argomentazioni che la tortura, oltre ad essere un segno di disumanità ottiene sempre il contrario di quello che vuole. Il torturato, infatti, non dirà mai la verità, ma quello che pensa utile per la sua liberazione. Così come fu al tempo delle inquisizioni e delle condanne degli eretici. L’eretico, essi sostengono, è portato ad autoproclamarsi tale solo per vedere diminuite le sue sofferenze. Queste tesi sostenute con grande rigore storico e logico colpirono le autorità del loro tempo al punto che lo stesso Beccaria venne invitato in Russia per dirigere la riforma giudiziaria. Ma allora avevano dei principi illuminati. Colpisce il fatto che oggi, a distanza di qualche secolo, dietro le conclamate intenzioni d esportare libertà e giustizia molti nostri governanti siano così lontani dalle tesi di un’opera come Dei delitti e delle pene, che certamente non hanno neppure letto.
Anche questo è un segno: una politica senza cultura non ha futuro, almeno da un punto di vista umano.

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