Editoriali

L'urlo degli agricoltori

05 aprile 2008 | Mena Aloia

Argentina. Un paese bloccato per 21 giorni da manifestazioni di agricoltori, non fa notizia nel nostro distratto paese falsamente globalizzato.

Coerenti fino all’estremismo, i nostri mezzi d’informazione, evitano attentamente tutto ciò che riguarda il mondo agricolo.

L’agricoltura non merita spazio.

Eccetto nei casi, malaugurati, in cui ci si trova a dover affrontare uno scandalo, vedi mozzarella di bufala, in cui più che fare corretta informazione, si assiste ad un dannoso terrorismo mediatico fondato su una inaudita superficialità.

I motivi e gli spazi per parlare della crisi argentina c’erano e ci sono ancora, ma se pensiamo che in tante trasmissioni televisive quando si parla di agricoltura si crea il siparietto con il contadino che gira, in un enorme pentolone nel piccolo orto dietro casa, non si sa bene cosa, come si può sperare che venga dato all’agricoltura il giusto respiro internazionale?

In Argentina, paese agricolo per eccellenza grazie alle sue sterminate pianure fertili, nell’ultimo periodo si è assistito ad un costante se pur graduale aumento delle tasse alle esportazioni. L’aliquota ha raggiunto il 44% anche se con un meccanismo fluttuante legato al prezzo della materia prima sul mercato.

I prodotti interessati da questo aumento sono numerosi, dalla soia –di cui l’Argentina è terzo produttore mondiale-, al granturco, ai semi di girasoli, al grano, alla carne, eppure nessuno, fra la stampa non specializzata, ritiene opportuno valutarne gli effetti sui mercati internazionali.

Nonostante il decreto presidenziale dell’11 marzo scorso sia stato pensato per redistribuire parte della ricchezza generata dall’esportazione di soia e semi di girasole, è stato interpretato sia dai latifondisti che dai piccoli e medi imprenditori agricoli come una misura che li metterà in ginocchio.

Il governo si difende sostenendo che gli aumenti delle imposte all’export agricolo sono una misura per favorire il commercio dei prodotti argentini in Argentina e per arginare la crescente inflazione.

Il braccio di ferro è andato avanti per 21 giorni senza nessun cedimento da entrambi i lati. Anche al momento, il 2 aprile, si è giunti ad una tregua di un mese, ma nessun accordo è stato raggiunto fra il governo argentino di Cristina Fernandez Kirchner e i quattro principali sindacati agricoli argentini (CONINAGRO, CRA, Federación Agraria Argentina, Sociedad Rural Argentina) che per questa battaglia si sono uniti.

Armati di pentole e coperchi (tipica maniera di protestare argentina, divenuta famosa nel 2001, anno dell'ultima grave crisi economica), in migliaia sono scesi in piazza ed hanno creato il caos: 400 blocchi stradali in tutto il paese e scaffali vuoti nei supermercati. Tutto ciò per ben 21 giorni.

21 giorni passati senza lasciare traccia nel nostro paese.

21 giorni in cui le battaglie degli agricoltori argentini devono essere sembrate così lontane dai nostri interessi da non meritare alcuna attenzione.

Si dimentica che l'agricoltura segue le stesse regole degli altri settori produttivi, l'agricoltore vive e lavora in un mondo globalizzato. Ciò che succede dall'altra parte del mondo causa delle ripercussioni anche da noi.

E' bene prenderne coscienza.

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