Editoriali

Olio di oliva a dazio zero dalla Tunisia: chi ci guadagna davvero?

Olio di oliva a dazio zero dalla Tunisia: chi ci guadagna davvero?

L’attuale regime delle quote di importazione favorisce solo l’industria olearia europea, spagnola in particolare. L’olio di oliva tunisino finirà comunque in Europa ma tutto dipende dal prezzo e dalle condizioni. Senza regole si distrugge il mondo produttivo europeo e tunisino

08 gennaio 2026 | 11:00 | Alberto Grimelli

Ci sono due verità ineludibili: l’olio di oliva tunisino finirà comunque in Europa e l’attuale regime del dazio zero è solo un favore all’industria olearia europea, spagnola in particolare.

La Tunisia ha recentemente chiesto alla Commissione europea l’aumento del contingente a dazio zero fino a 100 mila tonnellate. Non è una novità, quasi ogni anno chiede l’abolizione di ogni dazio. Solo che oggi le serve una misura di emergenza per una produzione record che deve essere venduta a prezzi accettabili per evitare forti tensioni sociali, se non rivolte.

Dopo aver tentato con le minacce, con il ministro del Commercio tunisino che ha dichiarato di voler revocare la licenza all’export agli operatori che venderanno a meno di 3,5 euro/kg, e dopo aver fissato un prezzo minimo di Stato (10,2 dinari/kg al 2 gennaio, 2,98 euro/kg al frantoio), il governo sa che la pressione speculativa si accentuerà quando i serbatoi saranno pieni, rischiando di rompere ogni argine governativo. La sola carta rimasta è l’aumento del contingente che farebbe risparmiare all’industria olearia europea il 22% di tasse e dazi, in parte riversando questi soldi sulla filiera oleicola tunisina. Dopo aver tentato con il bastone, insomma, il Governo tunisino prova con la carota, cercando di allettare l’industria olearia europea già pronta a scatenare una nuova ondata speculativa.

Con o senza dazio zero l’olio di oliva tunisino arriverà comunque in Europa. Tutto sta a capire a quale prezzo e a quali condizioni.

Nel caso di una ondata speculativa a partire dalla metà di gennaio è probabile che si ripeta lo scenario dell’inizio 2025 con olio tunisino che sbarcherà nei porti europei a 2,8 euro/kg o meno, facendo diminuire le quotazioni anche dell’olio spagnolo e, forse a cascata, di quello italiano. Il rischio per l’industria olearia europea è innescare una crisi sociale senza precedenti in Tunisia, con conseguenze sulla stabilità del Paese, e quindi per gli affari.

Nel caso di un aumento del contingente a dazio zero, senza modifiche strutturali al regime, è ipotizzabile che il governo tunisino si accontenti di un aumento della quotazione al frantoio al prezzo fissato dallo stesso Ufficio nazionale dell’olio tunisino a inizio campagna: 11,5 dinari/kg (3,37 euro/kg). Ovvero un aumento di circa il 10% sul prezzo attuale. L’industria olearia pagherebbe il 10% in più l’olio tunisino ma risparmierebbe il 22% di dazi, comunque ottenendo un utile. L’olio tunisino arriverebbe nei porti europei a circa 3,5 euro/kg.

La sfida sarebbe mantenere “alti” i prezzi dell’olio tunisino, arrivando in Europa a quotazioni che non turbino i mercati, contemporaneamente irrigidendo i controlli per prevenire truffe sull’origine. L’industria olearia si dovrebbe accontentare di avere un olio a prezzo più basso di un comunitario per aggredire mercati esteri, in particolare quello a stelle e strisce. I produttori tunisini si dovrebbero accontentare di una quotazione in linea, o appena sotto, i costi di produzione, al pari dei colleghi europei. Il tutto senza alcun aggravio per i contribuenti europei.

Proprio i contribuenti/consumatori europei dovrebbero essere consapevoli che i prezzi bassi delle bottiglie di olio sullo scaffale dei supermercati sono frutto di sovvenzioni, dirette e indirette, all’industria olearia. Dazi e tasse su 50 mila tonnellate di olio tunisino valgono circa 11 milioni di euro per le casse della Commissione europea. Un aumento del contingente a dazio zero è un mancato introito per le casse di Bruxelles che dovrà bilanciare con tagli o nuove entrate, ovvero mettendo comunque le mani nelle tasche dei cittadini. Sono quindi i consumatori a pagare per gli sconti a scaffale dell’olio, senza neanche saperlo e senza neanche sapere che, così facendo, mettono in crisi l’olivicoltura europea.

Occorre dunque partire dalla verità: l’olio tunisino serve all’industria olearia europea e l’olio tunisino arriverà comunque in Europa, con o senza dazi. Il tema non è impedire i flussi commerciali ma regolarli senza arricchire poche grandi aziende spagnole.  

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