Editoriali

Negli accordi internazionali di libero scambio l'agricoltura europea è la vittima

Negli accordi internazionali di libero scambio l'agricoltura europea è la vittima

I dazi di Trump, il cambiamento degli assetti geopolitici globali e una deglobalizzazione che sta ridisegnando gli equilibri commerciali. L'agricoltura rappresenta in termini numerici una quota relativamente piccola dell’economia complessiva ed è sacrificabile

19 febbraio 2026 | 11:00 | Angelo Bo

Sono accordi importanti da molti punti di vista, ma il settore agricolo europeo – non solo quello italiano – rischia di essere il vaso di cristallo tra vasi di ferro. Non è possibile guardare al solo interesse di un settore in un contesto economico che, nel suo complesso, scambia con l’area Mercosur per oltre 111 miliardi di euro (fonte Consiglio europeo), mentre non è ancora ben definito l’accordo in via di negoziazione con l’India, dalla quale arrivano già ingenti quantità di acciaio a basso costo in competizione con l’industria pesante tedesca.

Nel dettaglio, il Mercosur è il Mercato Comune del Sud, un blocco commerciale sudamericano istituito nel 1991. I suoi membri sono Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Il Venezuela ha aderito nel 2012, ma la sua adesione è stata sospesa nel 2017. Nel dicembre 2012 è stato firmato il protocollo di adesione della Bolivia al Mercosur, tuttora in attesa di ratifica da parte dei parlamenti dei Paesi membri.

Nel loro complesso, i Paesi del Mercosur costituiscono la sesta economia più grande del mondo, con una popolazione totale di circa 270 milioni di persone.

Tutte le statistiche del Mercosur riportate di seguito si riferiscono ai quattro Paesi membri a pieno titolo: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

I principali beni europei esportati verso il Sud America sono macchinari e apparecchi industriali, prodotti chimici e farmaceutici e mezzi di trasporto. I principali prodotti che l’area Mercosur esporta verso l’Europa sono invece prodotti agricoli, prodotti minerali strategici, pasta per la carta e carta.

L’Europa esporta circa 29,2 miliardi di euro in servizi e importa dal Mercosur circa 13,4 miliardi.

Non ultimo, va considerato il contesto globale che probabilmente ha contribuito ad accelerare l’accordo. È ormai evidente, da una molteplicità di segnali riportati da report e studi internazionali, che gli equilibri mondiali stanno cambiando. Con un’America di Trump che sembra voler ridurre il proprio coinvolgimento sul fronte euro-russo, emergono segnali di progressivo disimpegno e di riallocazione strategica, accompagnati da elementi diplomatici talvolta aggressivi, come quelli legati alla questione Groenlandia.

La Cina cresce e, accanto a essa, seppur con ritmi inferiori, cresce anche l’India, che insieme rappresentano circa 2,5 miliardi di persone e, pur con un PIL medio ancora basso, mostrano potenzialità di mercato molto rilevanti.

Quanto la scelta americana di un apparente ripiegamento interno sia reale è tuttavia discutibile, soprattutto alla luce del contemporaneo spostamento strategico verso altri fronti: in parte verso l’Iran, per equilibri legati al Medio Oriente, e soprattutto verso Taiwan, dove si manifesta un segnale geopolitico particolarmente significativo. Questo evidenzia come l’asse strategico statunitense si stia progressivamente spostando verso l’area asiatica, dove la Cina rappresenta senza dubbio il principale competitor, con tassi di crescita ancora elevati anno dopo anno. Una Cina sempre più forte con cui Trump dovrà fare i conti sotto molti punti di vista.

A livello tecnologico, Cina e Stati Uniti si dividono oggi gran parte del panorama degli investimenti e delle posizioni di leadership nei settori strategici, ambiti nei quali l’Europa ha perso posizioni e occasioni negli ultimi decenni.

I dazi di Trump, il cambiamento degli assetti geopolitici globali e una deglobalizzazione che sta ridisegnando gli equilibri commerciali sono solo alcuni dei macro-fattori che devono essere presi in considerazione per consentire all’Europa di costruire relazioni con mercati “amici”. Da soli, in un mondo in rapida trasformazione, si rischia di restare marginali.

Il settore agricolo, in questo contesto, appare come il vaso di cristallo: rappresenta in termini numerici una quota relativamente piccola dell’economia complessiva (circa 1,5% del PIL europeo e 2,2% del PIL italiano), ma svolge un ruolo fondamentale nella gestione del territorio europeo. Per questo è indispensabile trovare un assetto accettabile che consenta di salvaguardare la produzione agricola, un punto di forza che potrebbe orbitare attorno alla valorizzazione delle denominazioni di origine, delle certificazioni alimentari come il biologico e di un’etichettatura chiara dell’origine anche sui prodotti generici.

Dal versante delle normative europee a tutela dei consumatori, elemento distintivo dei prodotti europei, se la strada scelta è quella dei mercati di libero scambio, deve essere messa a punto una politica di controllo molto più efficiente. I dati riportati da Il Sole 24 Ore sull’aumento del 30% dei controlli sui prodotti provenienti da Paesi terzi rischiano di essere un fuoco di paglia se rapportati all’attuale percentuale di controlli effettivamente effettuati, ancora molto limitata e che deve essere applicata con uniformità tra i porti e gli aeroporti europei.

Gli investimenti in aree del pianeta nelle quali possono svilupparsi crescita economica sono fondamentali per le aziende europee, garantendo ritorni sugli investimenti, diversificazione dei mercati e nuove occasioni di lavoro anche per gli stessi cittadini europei.

Allo stesso tempo, se l’Europa vuole mantenere un ruolo competitivo e duraturo, deve adottare politiche orientate alla crescita del lavoro e dei redditi interni. Continuare a pensare solo alla possibilità di internazionalizzazione extra UE delle imprese è limitante e, oltretutto, pericoloso, considerata la facilità con cui i leader attuali introducono, spesso in modo disomogeneo, sanzioni, dazi, blocchi commerciali e ritorsioni verso Paesi amici o meno amici.

Valorizzare la domanda interna rappresenterebbe indirettamente un sostegno importante alla produzione agricola UE, in particolare per quei prodotti di fascia economica media che spesso coincidono con le eccellenze dei territori europei, sostenute in modo più sano rispetto al puro assistenzialismo e differenziate rispetto ai prodotti provenienti da aree di libero mercato nelle quali le condizioni di tutela di lavoratori e ambiente risultano spesso meno avanzate.

Sarebbe necessaria una visione d’insieme di lungo periodo per essere più forti nelle trattative diplomatiche e poter realizzare politiche di crescita. Già trovare una visione d’insieme nelle azioni di chi guida l’Europa è un esercizio certosino; riuscire a trovarne una di lungo periodo appare impresa titanica.

Le azioni di Trump, al di là del giudizio politico, hanno almeno il merito di rendere evidente una realtà: senza visione strategica e competitività, l’Europa rischia di ridefinire i propri equilibri economici sacrificando proprio il vaso di cristallo dell’agricoltura, un settore fragile nei numeri ma fondamentale per la stabilità del territorio e del sistema alimentare europeo.

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