Editoriali
I colossi spagnoli e i nani italiani dell’olio di oliva: ecco perché siamo morti
Il solo colosso dell’olio di oliva spagnolo Migasa fattura come i venti marchi leader d’olio di oliva italiano. Il sistema oleario e quello olivicolo nazionali sono due malati terminali che si guardano in cagnesco, con la politica che decide di non decidere
22 aprile 2025 | 13:00 | Alberto Grimelli
Migasa, uno dei colossi spagnoli dell’olio di oliva, ha annunciato la chiusura dell’esercizio 2024 con un fatturato da 2 miliardi di euro. Altri colossi dell’olio di oliva iberico sono Acesur e Borges, per un miliardo di euro di fatturato a testa, la cooperativa delle cooperative Dcoop, anche lei con un miliardo di euro, e Deoleo, appena sotto al miliardo di euro.
Complessivamente, anche escludendo l’anglo-iberica Deoleo, il fatturato delle quattro industrie dell’olio di oliva spagnolo ammonta a 5 miliardi di euro.
I marchi dell’olio di oliva italiano (Costa d’Oro, Monini, Farchioni…) hanno fatturati che vanno dagli 50 ai 180 milioni di euro, tranne pochissime eccezioni.
Complessivamente i primi 20 marchi dell’olio di oliva italiano, di proprietà di quasi altrettante aziende olearie, faticano ad arrivare a 2 miliardi di euro. Ovvero quanto da sola ha fatturato Migasa nel 2024. Spesso le imprese olearie nazionali hanno un solo stabilimento, Migasa ne ha 19 solo in Spagna.
Questi sono i numeri impietosi del nanismo italiano dell’olio di oliva.
Il confronto è tanto più impietoso se consideriamo che il fatturato delle aziende olearie italiane è sostanzialmente stabile da un ventennio almeno.
Secondo i dati El Economista, negli anni 2010-2015, il fatturato di quelli che oggi sono i colossi indiscussi del mondo oleario erano di 200-500 milioni di euro ciascuno.
Di fronte all’esplosione commerciale delle aziende olearie iberiche, quelle italiane hanno tirato a campare, galleggiando.
Il sistema olivicolo-oleario è morto perché, nel suo complesso, è fermo da molti, troppi, anni, anche a livello commerciale e promozionale.
Le aziende olearie italiane non sono più competitive in un mercato oleario internazionale poiché, ormai, sono dei nani di fronte a dei giganti, in termini di capacità negoziale con i fornitori, di investimento e promozional-commerciale. Si salvano solo perché nessuno dei colossi dell’olio di oliva iberico ha deciso di investire sul mercato dell’olio italiano, altrimenti verrebbero spazzati via.
E’ vero che il settore olivicolo, alle prese con abbandono, invecchiamento degli olivicoltori, parcellizzazione, inadeguatezza tecnico-tecnologica, è in affanno da molti anni.
Se però le aziende olearie italiane pensano di fare la lezioncina agli olivicoltori, il minimo che posso aspettarsi è un “da che pulpito viene la predica” o anche una pernacchia.
Scagli la prima pietra chi è senza peccato…
Il sistema oleario e quello olivicolo nazionali sono due malati terminali che si guardano in cagnesco, accusandosi a vicenda di essere l’uno più malato e decrepito dell’altro.
Il tutto aggravato da una politica nazionale che, sull’olivo e sull’olio, decide di non decidere.
I primi documenti del redigendo Piano olivicolo nazionale non delineano alcuna linea strategica ma si limitano a distribuire risorse lungo canali ben noti, consolidati e rodati.
Insomma la magra torta, si parla di 50-60 milioni di euro, verrà spartita tra i soliti noti per i soliti progetti, con i soliti prevedibili risultati.
Ecco perché siamo morti.
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