Editoriali
La politica dell'associazionismo olivicolo è promuovere l'ignoranza, non l'imprenditoria
Il settore pende dal naso, come fosse un anello, al quale si agganciano leggeri, sistemi di sostentamento individuali e di associazione, che vivono sull’olivicoltura, non per l’olivicoltura
13 novembre 2020 | Maurizio Pescari
La sensazione alla fine è deprimente. Giri per frantoi, ne visiti a decine, intorno casa, su e giù per l’Italia e ti rendi conto che la punta del famoso iceberg, quella che raccoglie olivicoltori evoluti e padroni del proprio mestiere lungo tutta la filiera, sì quella punta, a fare bene il calcolo spunta leggermente sopra il pelo dell’acqua, mentre nella realtà il sistema olivicolo nel nostro Paese, quello che va dall’uliveto all’olio, è saldamente fermo a mezzo secolo fa.
Olive di ogni tipo, ammassate, belle o brutte non conta, sono olive. E poi la ‘resa’, mi raccomando; addirittura c’è ancora chi segue le ‘sue’ olive e pretende il ‘suo’ olio. e il frantoiano, frange, uno, dieci, venti, trenta, cento quintali di quel frutto. Il fusto raccoglie. Il filtro è lì da una parte, inerme, al cospetto di cotanta sapienza. Alla cassa si paga: 10 (!), 15, 18, 25 euro per ogni quintale d’oliva.
A questo punto che nasce un sospetto, con esso una domanda: vuoi vedere che c’è qualcuno, in questo settore, che a parole predica in una maniera, mentre nella realtà vuole che il popolo dell’olio, quella base che conta ben oltre il 95% del tutto, resti nella sua convinta ignoranza, forte delle certezze di cinquant’anni fa?
La crescita culturale è affidata a un bicchierino, di plastica o di vetro; ai sensi; al naso, alla bocca.
Non alla scuola, ne abbiamo parlato, ma non s’è nemmeno aperto il dibattito.
Il settore pende dal naso, come fosse un anello, al quale si agganciano leggeri, sistemi di sostentamento individuali e di associazione, che vivono sull’olivicoltura, non per l’olivicoltura.
Il bicchierino una metafora culturale, l’olivicoltura un’illusione, trattata quasi come un’antologia, da persone a volte inconsapevoli di andar contro all’essenza esistenziale di questo modello.
L’olivicoltura, non conta; in assenza di un progetto nazionale, di una strategia condivisa, ognuno è libero di fare come vuole.
La maggioranza continua a raccogliere olive dalle stesse piante del nonno; lo fanno anche quelli nella punta dell’iceberg, che però quelle piante le curano, le irrigano, le alimentano e le olive le destinano a un sistema di estrazione di ultima generazione che non si sono limitati acquistare, ma le sanno guidare.
Ben inteso, non demonizzo nessuno, perché ogni azione ha un valore e merita rispetto. Altrimenti dovrei chiudere citando Fabrizio De Andrè. O Machiavelli. Ma poi non sarebbe solo una sensazione a deprimermi.
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Accedi o RegistratiMARIA GABUSI
17 novembre 2020 ore 06:42Caro Maurizio, condivido in toto la tua riflessione e confermo le tue osservazioni. Però...però, forse in virtù del mio punto di osservazione sicuramente privilegiato, posso assicurarti che da un paio d’anni arrivano in assaggio al mio panel NUOVI produttori che spediscono oli di altissima qualità. E qui sono i “figli” che hanno studiato e capito che per vincere bisogna imparare a guidare al meglio le macchine, e quando possibile cambiarle. Rispetto ai padri un dettaglio fondamentale mi fa ben sperare: questi figli capiscono l’importanza di confrontarsi con specialisti veri, li chiamano e li ascoltano senza sentirsi “offesi” quando finalmente si spezza la catena delle tradizioni, del laureato all’università della vita, dell’olio come lo faceva mio nonno, del “ma i miei clienti lo vogliono non filtrato”. Parlo di produttori e di frantoiani che stanno aprendo una via, stretta per ora (ma bisogna pur tracciare un sentiero per iniziare) che mi auguro davvero molti capiranno è l’unica per uscire dalla palude della resa alta per coprire il prezzo basso.
Ben vengano le tue sferzate se anche solo uno deciderà di cambiare direzione, il mondo ha bisogno di olio eccellente, che di quello che puzza ne abbiamo a fiumi.
Paolo Borzatta
14 novembre 2020 ore 10:49Caro Maurizio,
hai straordinariamente ragione, purtroppo! Non esiste una vera strategia nazionale, non esiste un associazionismo forte e capace di difendere veramente gli interessi del settore, non esiste una capacità di sfruttamento efficace e strategica dei fondi europei (come invece fa il vino). Siamo alla sopravvivenza e perdiamo terreno continuamente rispetto agli spagnoli che hanno fatto una scelta diversa (da noi giustamente avversata, quella del superintensivo e dei bassi costi di produzione), ma che oggi sono capaci anche di entrare nell'alto di gamma e conquistano posizioni ovunque. Noi, che avremmo dovuto puntare sull'altissima qualità, sulle differenze delle varietà, sulla sostenibilità, sulla "bellezza" dell'olivicoltura, sullo sposalizio olio-cibo, ecc. non siamo stati capaci di esprimere una strategia che sapesse veramente valorizzare queste nostre scelte. Gulp!
Paolo Borzatta
I&P
Maurizio Pescari
14 novembre 2020 ore 15:04Paolo, carissimo, io penso che ogni cosa ha il suo tempo. L'olivicoltura deve rivendicare il suo spazio, ridimensionando il ruolo della degustazione, fino ad equlibrarlo nella divisione tra quattro protagonisti: il territorio, la cultivar, l'olivicoltore e il frantoiano. Se questi livelli tenderanno all'eccellenza, l'olio non potrà che esserne il frutto. Non è mai tardi per le buone intenzioni. Grazie!
Francesco Librandi
18 novembre 2020 ore 09:58Condivido pienamente tutto quello che ha scritto in questo articolo.
Vorrei però farle una domanda "provocatoria", Come mai così tanti frantoi sono rimasti così indietro coi tempi? Testardaggine, ignoranza? non credo, mancanza di fondi per investimenti? assolutamente no. Forse perché quando a fine campagna, quando si tirano le somme, i conti non sono poi così tragici come si pensa?
sarei curioso di sapere cosa ne pensa.
saluti
Francesco L.