Editoriali

Oltre ai nuovi oliveti serve una visione e intraprendenza per l'olio di oliva italiano

L’Italia dell’olio di qualità a breve sarà divisa in due parti, per produzione, progetti e destinazione di mercato. Da una parte chi ha le olive, dall’altra chi non le ha e oggi per far quadrare i conti va a prenderle altrove

16 ottobre 2020 | Maurizio Pescari

Come molti, se non tutti in questo periodo, sono andato alla ricerca degli esiti della nuova campagna olearia, ma non solo sotto casa, lungo un viaggio che mi ha portato a Isolabona a Varigotti in Liguria, a Montenero d’Orcia e San Casciano Val di Pesa in Toscana, a Cecanibbi di Todi, Pigge di Trevi e Perugia in Umbria, a Pianella e Caprafico in Abruzzo e a Molfetta, a Modugno, Giovinazzo e Canosa in Puglia. Oltre al sapore a volte frettoloso del frutto, ho riportato un’analisi del tutto personale e parziale, sulla situazione dell’olivicoltura nel nostro Paese. Un quadro fatto di parole scambiate con persone, immagini da prospettive diverse in territori definiti e le più varie progettualità, legate a strategie misurate alla disponibilità di materia prima. Alla resa dei conti, lo scenario che ho definito sintetizza una realtà nota agli addetti ai lavori ma ignorata a livelli diversi, spesso nascosta dietro profumi e sapori raccolti in bicchierini di plastica o di vetro blu, nei quali la qualità del prodotto finale assume un valore distante anni luce dal futuro prossimo che aspetta il comparto. L’Italia dell’olio di qualità a breve sarà divisa in due parti, per produzione, progetti e destinazione di mercato. Da una parte chi ha le olive, dall’altra chi non le ha e oggi per far quadrare i conti va a prenderle altrove.

Eroi

Da una parte un’olivicoltura con eroi come Paolo Cassini ad Isolabona, Domenico Ruffino a Varigotti, grazie ai quali si continua a produrre olio da Taggiasca e Colombaia, tenendo in salute alcune piante inerpicate sulle terrazze, di quell’uliveto ligure che a tratti pare abbandonato; accanto a questi ‘eroi’ con tanti emuli lungo la Penisola, mettiamo altri come Gianluca Grandis in Toscana, Tommaso Masciantonio in Abruzzo, Alessandro Gilotti a Todi, Francesco Gaudenzi a Trevi, Massimiliano D’Addario a Pianella, che nel rispetto delle loro misure e della loro strategia, stanno costruendo il loro mondo agricolo autosufficiente impiantando nuovi oliveti. La passione unita a una sana dose di testardaggine, consente il mantenimento di isole straordinarie, a salvaguardia delle radici storiche di terre dove la gestione dell’ulivo è affidata all’uomo e l’estrazione dell’olio all’uso di tecniche estremamente innovative. Qui, tanto per farla breve, hanno spazio e vita iniziative imprenditoriali sia nuove che generazionali, con determinazioni produttive certe, fatte di oliveti in proprietà e in affitto; olive a disposizione, sistemi di estrazione innovativi, mercati di destinazione costruiti nel tempo. Filiera completa, quantitativi di prodotto estremamente variabili, produzione di eccellenza, ricerca della giusta redditività nel rispetto dei diversi posizionamenti.

Tra Xylella e futuro

Poi c’è la Puglia e qui tracciamo la linea che divide. Le voci che da anni girano intorno al dramma della Xylella non producono risultati, ma all’ombra di questa terribile devastazione che ha compromesso il futuro agricolo del Salento, sta crescendo un oliveto nuovo, di quale sistema di allevamento si tratta non conta, sono olivi, persone e progetti che stanno dando a quel tratto della regione che va da Foggia a Bari, una spinta impressionante e disegnano una nuova vita non solo nell’olivicoltura, ma nella produzione di olio qualità. Pietro Intini ad Alberobello, Salvatore Stallone e Michele Depalo a Giovinazzo, Donato Conserva a Modugno, Giuseppe Ciccolella a Molfetta, Sabino Leone a Canosa, solo alcuni esempi di persone che mi hanno accolto in queste ultime due settimane. Persone lungimiranti, che puoi guardare negli occhi, nei loro e in quelli dei figli e capire che non stanno pensando a questa campagna olivicola, ma a quella dei prossimi cinquant’anni, come ho detto di getto a Francesco Ciccolella visitando il suo nuovo frantoio.

Morale della favola

Se in Puglia, nei prossimi anni, nasceranno altri progetti di questo tipo, non tanto per le dimensioni, ma per la determinazione che si sta toccando con mano, tutti mirati alla produzione di olio di qualità, aziende nuove o adeguamenti di esistenti, da affiancare al valore straordinariamente contemporaneo di altre come De Carlo o Galantino, il patrimonio olivicolo di quella terra sarà tutto necessario in casa. A Torremaggiore, Andria o sul Gargano, non ci saranno più olive per le altre regioni e cosa faranno? Ma una soluzione c’è e forse siamo ancora in tempo. Piantare ulivi, pochi o tanti che siano, ma piantare ulivi, rispettandone il valore paesaggistico, ma rinvigorendo quello destinato alla produzione di olive da olio. Ovunque. Altrimenti ci si dovrà rivolgere altrove, in Spagna, Grecia, Tunisia, cercando però di acquistare quello buono, perché c’è.

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