Editoriali

L’ALTRO NATALE

20 dicembre 2003 | Sante Ambrosi

E’ facile, forse ovvio, criticare il consumismo del Natale, o il Natale del consumismo, comunque si voglia dire. Anche doveroso criticare espressioni più o meno tonanti contro la corsa ai regali di questi giorni, senza qualificarla più di tanto. Solo la crisi economica può minacciare seriamente questa tendenza, ma in tal caso voci ancora più preoccupate si levano per annunciare pericoli incombenti di recessione e di crisi minacciosa. Tanto vale non insistere su questo tasto per offrire un qualche pallido spunto di riflessione sul Natale che ritorna annualmente.

Neppure vogliamo soffermarci sui pochi buoni sentimenti che in questa circostanza ci vengono inculcati da più parti e nei modi più disparati: del parroco che esorta all’amore, alla pace; dai mass-media che giocano sulle aspettative di felicità della gente e parlano di giornata prodigiosa, bellissima, che poi non è; perfino dalla pubblicità che sfrutta astutamente l’attesa con un prodotto intonato.

Non vogliamo introdurci su questi sentieri, né vogliamo mettere tutto in un fascio da bruciare come sterpaglia. Se c’è qualcosa che possa, anche poco, aiutare l’uomo a trovare anche un solo giorno un po’ meno ingrato del solito, ben venga. Così, se il Natale serve a sprigionare anche una favilla di felicità, pur imperfetta e transitoria, ben venga. Non vogliamo essere come quei profeti, falsi s’intende, che non vedendo l’ottimo, condannano il poco che c’è. Per noi il poco che si può trovare sotto qualsiasi forma lo apprezziamo, lo rispettiamo e, magari, lo incoraggiamo, se fosse utile. E, quindi, lo auguriamo con tutto il cuore.

Solo che il Natale di Gesù è stato un evento straordinario che è iniziato sì in una stalla di Betlemme, ma che è continuato fino alla sua condanna in croce. Il che vuol dire che il Natale, che annualmente si rinnova, è l’avverarsi della Incarnazione della Parola di Dio nella storia del mondo e della umanità. La sua Incarnazione è ancora incompiuta, si sta ancora realizzando. Ma già da subito questa incarnazione è stata anche drammatica e lo sarà sempre, fino alla fine, perché essa rompe, sconvolge i nostri piani, la nostra vita, le nostre politiche, i nostri progetti, le nostre utopie. Non per niente è l’inizio di una Novità ancora tutta da scoprire e da disegnare. Il Natale è, dunque, per noi soprattutto questa Parola che sta per venire e viene nei modi più inediti alla nostra mente. Avviene nella storia e attraverso la storia, attraverso gli avvenimenti che accadono, buoni ma anche cattivi. Anzi la sua venuta è in perfetto contrasto con certe parole di felicità a buon mercato suonate da tanti organetti.

I profeti dell’Antico Testamento, quando parlano della venuta del Signore, parlano di giorno terribile, difficile da sopportare: “L’Angelo dell’Alleanza che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore, come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare (Malachia 3,1-3).
Ma è soprattutto nei Vangeli che la venuta del Signore è messa in stretta connessione con gli eventi storici e quelli più drammatici: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che deve accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande” (Luca, 21, 25-27).

Anche oggi avvengono cose terrificanti e il terrorismo internazionale è diventato un incubo che non ha bisogno di sottolineature. Neppure vogliamo indicare le cause, né indicare facili soluzioni. Solo che le analisi e le soluzioni finora emerse non ci convincono. Se poi le leggiamo alla luce dei Vangeli e delle citazioni sopra richiamate, ci sembra di dover dire che attraverso questi fatti la venuta del Signore si presenta assai problematica, ma anche ricca di novità. Una venuta che mette in crisi modelli consolidati, analisi troppo superficiali e ci obbliga tutti a riflettere. Sì, a riflettere, perché la possibile risposta che può venire è frutto di ascolto, di silenzio, di un guardare lontano, verso oriente, come dice il profeta Baruc: “Sorgi Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso Oriente” (Baruc 5,5).

Vogliamo concludere richiamando l’esperienza di un grande poeta del Novecento, Ungaretti. Come tanti intellettuali del primo Novecento ha partecipato alla prima guerra mondiale con entusiasmo, convinto che quella guerra fosse doverosa e utile, ma sui campi di battaglia ha scoperto come essa metteva in crisi tutte le sue convinzioni, le sue idee, le sue utopie, perfino le stesse parole sacre, come fratello, amore, fratellanza erano entrate in crisi. Ungaretti si lascia disfare dalla crisi e si mette a cercare nuove parole, nuovi sensi della vita.
Da questa esperienza sono venute le poesie di L’allegria, ma in particolare la poesia “Natale” che a conclusione vogliamo qui riproporre, come sintesi del discorso che abbiamo tentato di fare.

(Natale) Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade // Ho tanta / stanchezza / sulle spalle // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare.
(da Giuseppe Ungaretti,
L’allegria, Mondatori, Milano 1966)

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