Editoriali 14/12/2018

Mangiare è un atto agricolo, mangiare bene è un atto politico, anzi rivoluzionario!

I consumatori italiani possono dirsi consapevoli del valore che hanno a disposizione e soprattutto a portata di mano quotidianamente? Si rendono conto dei benefici che derivano dall’attribuire il giusto valore e quindi il giusto prezzo alla qualità? Riescono a vedere cosa perdono ogni volta che svalutano la qualità decidendo di comprare prodotti sottocosto?Non solo domande, buoni propositi per l'anno nuovo secondo Ylenia Granitto


“Ho iniziato due anni fa a produrre olio di alta qualità”, mi racconta Adamo Radatti, olivicoltore e agronomo che gestisce l’azienda olivicola Cav. Pasquale Japoce di Larino, nel cuore del Molise. “Fare qualità è un lavoro molto impegnativo ma le gratificazioni sono proporzionali all’impegno”, prosegue il giovane produttore che ha preso in mano le redini dell’azienda olivicola fondata dal bisnonno agli inizi del secolo scorso. Radatti fa parte della schiera crescente degli olivicoltori italiani di alta qualità che con un grande lavoro che si spinge quotidianamente oltre i confini dell’uliveto, produce e contribuisce a diffondere la qualità dell’olio extravergine italiano. Se i consumatori di olio extravergine di qualità costituiscono una nicchia che cresce di giorno in giorno, d’altro canto la maggioranza dei consumatori italiani ancora non sembra avere piena consapevolezza di quale sia il valore dell’alta qualità e della positiva ricaduta che una presa di coscienza in questo senso avrebbe sull’intera economia nazionale.

Il nostro produttore molisano ci fornisce una tabella molto dettagliata dei costi che deve sostenere per produrre un litro di olio extravergine di oliva che verrebbero così suddivisi: 0,75 euro per la potatura, spollonatura e gestione dei residui; 0,30 euro per la concimazione; 0,40 euro per i trattamenti fitosanitari; 0,20 euro per lavorazione del terreno e controllo degli infestanti; 2,00 euro per la raccolta; 0,40 euro per il trasporto; 1,40 euro per la molitura; 0,30 euro per la filtrazione; 0,10 euro per lo stoccaggio; 1,10 euro per l’imbottigliamento; 1.40 euro per la bottiglia di cui 0,30 euro vanno nel tappo e 0,30 per grafica ed etichetta.

“È inoltre importante considerare l’ammortamento del capitale fondiario, del capitale agrario e degli interessi sul capitale di anticipazione, il quale nel mio caso si aggirano complessivamente attorno ai 2 euro”, prosegue Radatti. “Il costo di produzione di un litro d’olio supera quindi i 10 euro, a cui comunque si deve aggiungere il profitto d’impresa. Sembra quindi naturale che un litro d’olio extravergine d’oliva in bottiglia quest’anno non dovrebbe costare meno di 15 euro. Possiamo scendere a 10 euro se parliamo di contenitori di maggiore capienza come nel caso della latta da 5 litri”.

Se diamo un’occhiata alla scheda di settore elaborata per questa stagione produttiva dall’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare Ismea, le imprese olivicole in Italia sono 825.000, e di queste solamente il 37% risulta essere in grado di sostenere la competitività del mercato. A ottobre dell’anno precedente, un’analoga analisi di settore evidenziava come il problema di fondo dell’olivicoltura nazionale fosse la scarsa redditività, specie nella fase agricola. Secondo l’analisi della catena del valore, risultano margini limitati anche nelle fasi precedenti alla distribuzione e sarebbe importante quindi, più che la ripartizione del valore lungo la catena produttiva, l’aumento del valore da ripartire nella filiera.

Belle sorprese arrivano però dall’analisi Swot (cioè lo strumento di pianificazione strategica che valuta i punti di forza, le debolezze, le opportunità e le minacce del settore) effettuata da Ismea. Considerando uno scenario di breve periodo, il primo punto di forza della fase agricola della filiera dell’extravergine italiano riguarda la presenza sul territorio di importanti aree vocate alla coltivazione dell’olivo sia per quantità sia per qualità del prodotto. A questo segue non solo l’elevata potenzialità di differenziazione della produzione (per varietà, modalità produttive, origine ecc.) ma anche il valore ambientale, paesaggistico, storico, culturale ed antropologico degli oliveti, l’estensione territoriale della coltura e l’importante contributo in termini occupazionali. Fondamentale anche l’attenzione crescente alle produzioni di qualità (Dop/Igp, bio, nuove classi merceologiche come ad esempio Alta qualità ecc.), il know how elevato e infine le filiere di prodotto olivicolo tracciate. Per quanto riguarda l’ambito dei frantoi, è da evidenziare la capillare localizzazione degli impianti nelle aree vocate con garanzia di lavorazioni tempestive e di qualità, l’elevata professionalità degli operatori, la presenza di distretti produttivi con un’elevata concentrazione di prodotto, la capacità di una notevole differenziazione del prodotto sia per tipologia sia in base al gusto, l’attenzione alla modernizzazione degli impianti e ancora l’elevato numero di filiere di prodotto tracciate.

Questi elementi bastano a far comprendere come il settore olivicolo italiano - a partire dalla qualità del singolo prodotto per arrivare allo sviluppo complessivo della filiera, dalla valorizzazione del territorio all’occupazione in termini non solo quantitativi ma anche di livello della specializzazione, fino ad arrivare alla trasparenza certificata - abbia tutte le carte in regola per poter contribuire concretamente al benessere di tutto il sistema agricolo e quindi fare la sua parte nell’economia locale e nazionale.

Un autentico sviluppo si verifica però quando tutti gli attori in gioco sono pienamente consapevoli delle risorse a loro disposizione e riescono a valorizzarle.

I consumatori italiani possono dirsi consapevoli del valore che hanno a disposizione e soprattutto a portata di mano quotidianamente? Si rendono conto dei benefici che derivano dall’attribuire il giusto valore e quindi il giusto prezzo alla qualità? Riescono a vedere cosa perdono ogni volta che svalutano la qualità decidendo di comprare prodotti sottocosto?

Mangiare è un atto agricolo, recita il celebre motto dello scrittore e ambientalista statunitense Wendel Berry, e possiamo affidarci alla visione di questo lungimirante attivista d’oltreoceano anche quando nel suo “Manifesto: Fronte di Liberazione del Contadino Impazzito” ci invita a porre la nostra fiducia “nei cinque centimetri di humus che crescono sotto gli alberi ogni mille anni”. Come sia possibile che che una manciata di sostanza organica, minerali, acqua e aria, possa fare la differenza al cospetto dell’intero pianeta che ci ospita, lo possiamo comprendere valutando le conseguenze che hanno le nostre piccole e apparentemente insignificanti scelte agroalimentari quotidiane sul sistema globale. Per quanto questo possa sembrare esagerato e impegnativo, la buona notizia è che nostra “liberazione”, al pari di quella del contadino impazzito di Berry, ha le dimensioni di una manciata di euro, che se vengono spesi per dare il giusto presso alla qualità dei prodotti possono fare la differenza nel settore, sia a livello locale che per tutto il Paese.

Ogni nostro atto agroalimentare assume una valenza sociale, perché scegliendo cosa mangiare influenziamo non solo la nostra tavola ma anche il destino dei produttori locali e nazionali e quello dell’intero sistema, con un impatto sull’economia e sul benessere generali. Questo significa che ogni volta che ci troviamo difronte agli scaffali del supermercato abbiamo la possibilità di compiere un gesto che non è solo agricolo, ma autenticamente politico, inteso come gesto “di chi partecipa, con l’azione e l’impegno alla vita pubblica” (fonte: Treccani).

In questo momento di forte scontro politico il cibo come scelta etica può essere un punto di accordo, non in senso qualunquistico, ma esattamente all’opposto, inteso come base comune di impegno civile da parte di ogni consumatore e cittadino verso la collettività, a partire dai nostri vicini più prossimi. Dare il giusto valore a un prodotto significa infatti renderci parte attiva del benessere di un settore che costituisce una parte consistente dell’intero sistema economico, il cui stato di salute inevitabilmente si ripercuote sulla qualità della nostra vita. In altre parole, quando compro un litro di olio extra vergine di oliva a un prezzo troppo basso (in alcuni supermercati in questi giorni campeggia un cartello “offerta” a 1,99 euro) compio un atto che si può serenamente definire autolesionista e anti-etico perché metto in circolo piccoli germi di distruzione di un intero comparto, che gradualmente minano tutto il sistema.

Valutare i prodotti agroalimentari con consapevolezza, significa contribuire alla realizzazione di un’economia virtuosa che prende forma concreta ogni volta che riconosciamo il lavoro che è stato fatto per ottenere un buon prodotto. Prenderne atto è molto semplice, perché come abbiamo visto, basta parlare con un bravo produttore per venire a conoscenza del vero prezzo della qualità.
Acquistare i prodotti agroalimentari al giusto prezzo significa quindi fare un gesto di valore perché il piccolissimo margine che spendiamo nel dare credito al gesto produttivo ritorna sotto forma di benefici reali per tutti gli attori del sistema. A partire dall’aspetto salutistico, passando per le qualità organolettiche che gratificano i sensi, l’apparentemente insignificante gesto che compiamo da consumatori quando decidiamo di scegliere la qualità al giusto prezzo innesca una catena virtuosa di eventi, anche insospettabilmente connessi, che hanno un impatto notevolmente positivo sulla collettività. "Educare al cibo e al buon cibo è un gesto rivoluzionario che ci aiuta come comunità a riflettere su ciò che mangiano, su quanto sprechiamo e soprattutto se tutto questo fa bene alla nostra salute”, suggerisce la giornalista sociale Erica Battaglia. Nel momento in cui si dà il giusto valore al cibo che consumiamo e i produttori italiani di qualità vedono riconosciuto il proprio lavoro, non solo forniamo un riconoscimento in termini teorici, ma offriamo la possibilità di un guadagno equo concreto che permette di investire in ulteriore qualità e ricerca. Dare il giusto valore alla qualità ricade anche sulle scelte che influenzano la ricchezza e la sostenibilità ambientale e quindi la qualità del territorio di produzione. “Spesso quello che portiamo sulla nostra tavola viene da un altro continente: i costi di questo trasporto e il depauperamento dei prodotti nel ciclo della distruzione sono sprechi che possono essere evitati in nome delle produzioni locali e di stagione - continua Battaglia. E poi, le stagioni: il rispetto del ciclo naturale dei prodotti ci avvicina alla madre Terra e ai suoi tempi, allontanando da noi la frenesia di avere tutto e subito.”

In effetti la sostenibilità produttiva e ambientale sta alla base della tutela dell’identità territoriale e in generale dei luoghi della produzione e tutto questo passa attraverso il rispetto delle norme, dei luoghi e delle comunità. Dare il giusto valore favorisce questo circolo virtuoso di cui tutti beneficiamo.

Chi agisce irrispettosamente aggirando la legalità attua quasi sempre anche una gestione criminale delle risorse ambientali che ha ripercussioni gravi sui terreni di produzione e sui prodotti che consumiamo; chi evita fraudolentemente costi che sarebbero utili e necessari, può permettersi di svendere i propri prodotti. Comprare al giusto prezzo significa evitare le distorsioni della gestione produttiva e quindi tutelare la propria salute e i bellissimi territori di produzione italiani.

“Oggi i supermercati ci propongono di continuo offerte mirabolanti, cercando di conquistare il consumatore con prezzi bassi e comunicazione accattivante. Eppure dovremmo tornare a chiederci cosa si nasconde dietro un prodotto venduto sottocosto: troppo spesso, infatti, il prezzo di uno sconto viene caricato sulle spalle del resto della filiera alimentare”, afferma Fabio Ciconte, direttore di Terra!, associazione senza scopo di lucro impegnata a livello locale, nazionale e internazionale in progetti e campagne sui temi dell'ambiente e dell'agricoltura ecologica.

In questo senso, se il settore oleicolo è praticamente esente da fenomeni di sfruttamento criminale, dobbiamo constatare che purtroppo altre filiere non sono ancora esenti da questa pratica miserabile. Dare il giusto valore ai prodotti di qualità assume a questo punto una portata enorme, perché è l’unico ma anche il più efficace mezzo che abbiamo a disposizione per arginare e debellare i sistemi criminali di sfruttamento umano e i traffici ad esso connessi.

Le aziende che agiscono nell’illegalità e sfruttano disumanamente i lavoratori possono permettersi di svendere i loro prodotti: noi consumatori, per risparmiare una manciata di euro, rischiamo di stracciare il tessuto economico attraverso cui invece potremmo tracciare un percorso di sviluppo virtuoso per Paese, e quindi per noi, per i nostri figli e per coloro che lavorano la terra.

“Quando sentiamo le storie di braccianti pagati pochi euro l'ora che muoiono di fatica sui campi, o che vivono in baraccopoli senza acqua corrente o energia elettrica, dovremmo quindi domandarci se questa condizione non sia dovuta ad una serie di disfunzioni lungo la catena produttiva - prosegue Ciconte. Dall'incapacità dell'agricoltura di fare sistema, all'assenza di servizi pubblici per i lavoratori agricoli, fino ad alcune pratiche di acquisto e rivendita utilizzate dalla grande distribuzione organizzata, tutto concorre all'erosione dei prezzi e dei diritti. Da tempo proponiamo di rendere trasparente la filiera alimentare, inserendo in etichetta tutte le indicazioni necessarie a consentire la scelta informata del consumatore. Perché nessuno dovrebbe acquistare prodotti derivanti dallo sfruttamento delle persone e dal caporalato,” conclude di direttore di Terra! con una proposta di trasparenza.

“Educare al cibo e al buon cibo - commenta Battaglia - significa anche questo ed è un nuovo modo di fare economia e sviluppo: tutelare i territori, accrescere le economie locali, evitare sfruttamento di manodopera, rispettare il ciclo della natura, evitare prodotti per tutte le stagioni le cui colture intensive presuppongono inquinanti, evitare lo spreco e il consumo forsennato di risorse. Di Pianeta abbiamo solo questo. Pensarci è rivoluzionario. Pensarci ora è improrogabile". 

Se mangiare è un atto agricolo, mangiare bene non è solo un atto politico ma rivoluzionario. Facciamo la rivoluzione mangiando bene: che sia questo il nostro proposito per il 2019!

 

di Ylenia Granitto

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Commenti 1

carlo de michele
carlo de michele
15 dicembre 2018 ore 20:06

Aggiungerei che mangiare bene è un fatto di cultura, che stiamo perdendo sopraffatti da una pseudo cultura mercantile. La tua sottile analisi, cara Ylenia, è molto utile per spiegare quel che sta succedendo ora in Salento. La scarsa produttività in senso concorrenziale dei maestosi olivi pugliesi e la grande cura che richiede un albero secolare non regge la pressione degli oli di produzione industriale. Se consideriamo anche gli sciagurati interventi di sostegno che non hanno promosso la qualità produttiva ci spieghiamo come mai siamo andati verso un progressivo imbarbarimento culturale/colturale che verosimilmente è la prima delle concause responsabili del distaccamento degli olivi. Non si è sviluppata ancora in modo significativo un'idea di impresa consociativa che permetta ai tanti piccoli produttori di fare eccellenza e nello stesso tempo ottenere la giusta remunerazione. Sarebbe necessario "lottare"anche per cambiare la cultura dei consumatori diffondendo la consapevolezza che l'olio è un vero "nutraceutico", che cioè ha valore di alimento addirittura terapeutico/preventivo. Nella cultura corrente è normale pagare 15 euro un buon vino, che tuttavia è un prodotto non nutritivo e intrinsecamente tossico mentre un buon olio (che fa risparmiare molti euro di medicinali) si pretende di pagarlo non più di 5 euro! E' ovvio che a monte dei singoli fronti di lotta è necessaria una visione della politica che abbia come oggetto il bene pubblico come espressione di un nuovo umanesimo che dobbiamo tutti cercare di concepire