Editoriali
Uno schiaffo al mondo olivicolo
16 dicembre 2016 | Alberto Grimelli
Ho dormito per due mesi... durante i quali ho sognato.
Incubi, in realtà, più che sogni.
Ho sognato gallerie di immagini su Facebook e Instagram piene di olive italiane ammucchiate per terra, in attesa di essere buttate in tramoggia con motopale arrugginite.
Ho sentito voci che mi narravano di oliveti trattati e dopo pochi giorni raccolti, con olive ancora piene di “veleni”.
Ho visto olive che meritavano degna sepoltura, tanto erano ammuffite e danneggiate dalla mosca, che invece sono state trasformate in olio, spesso chiamato impropriamente extra vergine.
Mi è giunta eco di furti di olive, e anche d'olio, per animare un commercio illegale e truffaldino.
Ho sognato di improbabili miscele tra olio vecchio e rancido con olio fresco e nuovo, pronto a essere svenduto a un prezzo basso, di saldo, pur di svuotare le cisterne.
Mi sono svegliato, di soprassalto, e ho scoperto che era tutto vero.
Questo settore olivicolo merita davvero uno schiaffo, bello, sonoro, violento, da lasciare il segno rosso sulle guance.
Uno schiaffo per ridestarlo da un mondo che non esiste più, se non nella testa e nella memoria dei suoi protaginisti che si svegliano pensando sempre di trovarsi a ieri.
C'è chi si ostina a ritenere l'olivo una pianta "rustica" e pertanto avvezza ad ogni maltrattamento, salvo poi lamentarsi della scarsa produttività.
C'è chi crede che il segreto del successo, e delle proprie fortune, sia la quantità, come nell'agricoltura degli anni 1950.
C'è chi continua a pensare che la qualità non paga, dimenticando che a pagare non è la qualità ma il consumatore.
Ogni volta pongo una domanda: quali sono gli oli extra vergini di oliva più cari sugli scaffali dei supermercati giapponesi e americani?
Ogni volta sento sempre la stessa risposta: i Toscani, gli Umbri, quelli del Garda...
Ogni volta assisto all'ammutolimento quando faccio vedere le foto di oli spagnoli con prezzi di 40-50-60 euro per bottiglie da mezzo litro.
E' la sindrome della Bella Addormentata nel bosco, in attesa del principe che venga a svegliarla.
L'Italia olivicola ha perso ogni primato ma ha ancora conservato le sue storie.
Non la Storia, con la S, maiuscola.
Le storie, con la s minuscola, quelle di famiglie che, magari da generazioni, si sono dedicate all'olivo e all'olio.
Insieme con queste storie e a tanta umanità, abbiamo conservato un immenso patrimonio di biodiversità, che significano profumi e sapori molto diversi.
Non abbiamo più le quantità di un tempo. Non siamo più leader di mercato.
Non abbiamo però ancora perso noi stessi, la nostra identità.
Forse possiamo ancora ridestarci e cominciare a vivere, smettendo di sopravvivere.
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