Editoriali

Quando è il silenzio a uccidere l'olio italiano

L'olio nelle cucine delle case italiane, specie se è prodotto da amici o parenti, è buono per definizione. O forse no? In un territorio, più sono gli ulivi, meno cultura dell’olio c’è. A essere danneggiati dalle consuetudini sono gli innovatori che partono dalle radici per arrivare alla qualità. Le riflessioni di Maurizio Pescari

11 novembre 2016 | Maurizio Pescari

Il mondo che ruota intorno all’olio è fatto di persone ‘normali’ e di persone ‘attente’, mi viene spesso di fare una sintesi che, se nel suo valore assoluto ha un senso, lascia fortunatamente spazio a piacevoli e fondamentali eccezioni:

In un territorio, più sono gli ulivi, meno cultura dell’olio c’è”.

Sintesi non condivisa dagli uni ma accettata dagli altri. Gli ‘uni’ sono i ‘locali’, quelli che vivono da olivicoltori un territorio che pur fortemente vocato alla produzione di olive, non per questo è garante di una produzione di qualità assoluta. Sono quelli che difendendo con orgoglio le proprie ‘Radici’, non accetteranno mai di confutare le loro convinzioni assolute: sulla gestione dell’oliveto, sui tempi della raccolta, sulle tecniche di estrazione, sul valore della qualità del prodotto finale.

Gli ‘altri’ sono coloro che non vivono all’ombra di un olivo, per latitudine o per scelta, che hanno comunque da sempre l’olio in casa non perché lo producono, ma perché lo acquistano. Questi hanno approccio diverso al valore della qualità: o non gliene frega niente, – la stragrande maggioranza - tanto l’olio è olio, oppure se ne preoccupano e vogliono conoscere per poter scegliere - pochi ahimè, il tre per cento del totale.

Nel mondo degli ‘uni’ ci sono anche olivicoltori di nuova generazione, che seppur nati sotto l’ulivo, hanno capito che le ‘Radici’ meritano rispetto, ma non possono impedire l’innovazione, che le ‘Radici’ sono un legame indissolubile alla terra, ma non a tecniche agronomiche, di estrazione e di qualità, obsolete. La definizione del valore assoluto della qualità non può essere soggettiva. Un olio è di qualità se è buono, non se mi piace. E questo va al di sopra del territorio, della tipicità e delle cultivar.

Ma anche qui ci sono ‘crepe’ nelle quali s’inserisce un tarlo: un olio in cucina, un altro in tavola. Quasi che per cucinare ne possa andar bene uno meno buono, figuratevi poi per friggere. In questa campagna olearia la ‘mosca’ ha colpito ancora, ma sia negli ’uni’ che negli ‘altri’ sta serpeggiando più o meno nascosta la disponibilità ad accettare comunque un olio toccato dall’insetto.

Negli anni Settanta, Elisabeth Noelle-Neumann sviluppò la ‘Teoria della Spirale del Silenzio’, secondo la quale le persone hanno sempre un'opinione su quale sia la tendenza della maggioranza su un tema specifico e dato che subiscono la paura dell'isolamento, nel caso in cui si trovino ad avere un'opinione diversa preferiscono tacere.

E’ quindi evidente che, in base a questa teoria, chi ne parla non rispecchia la maggioranza. E se anche l’olio fosse vittima della “Spirale del Silenzio”?

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marco peruzzi

13 novembre 2016 ore 09:03

Complimenti.
Parole giuste al momento giusto