Editoriali
CARO FAZIO, TI SCRIVO
10 settembre 2005 | Ernesto Vania
Caro Fazio,
tutto l'arco costituzionale ti avversa, le dimissioni non ti vengono più garbatamente richieste ma perentoriamente pretese.
Tu resisti.
Dopo aver dato battaglia al super Ministro dell'Economia Tremonti e aver gloriosamente vinto, dopo aver fatto accantonare la riforma sul risparmio e sui poteri della Banca d'Italia, ecco un nuovo assalto.
Tu resisti.
Un Re non muore in esilio ma sul trono.
Non è arroganza o tracotanza, ma semplice esercizio delle prerogative regali.
Un monarca assoluto non si deve infatti preoccupare della vox populi. Non è stato il popolo a incoronarti, dunque non può nemmeno scalfire il tuo potere. Tanto meno i politici, servi del popolo e assoggettati al suo giudizio.
In cosa poi avresti sbagliato?
Hai difeso a spada tratta, in modo formalmente corretto, ma piuttosto spregiudicato, un'italianissima banca che rischiava di cadere in mani straniere. Un atteggiamento che non ha mancato di suscitare aspre critiche. Il "Financial Times" ha parlato di "nazionalismo economico", dissensi sono venuti persino dall'interno di Palazzo Koch.
Ma il vero tiro mancino, il colpo gobbo che sta facendo vacillare il tuo trono sono state le intercettazioni telefoniche.
Difficile perdonare, impossibile accantonare l'intimità e complicità che ti lega a Fiorani, così palesemente svelate sulle pagine dei giornali.
Si sa, il favorito del Re attira invidie e antipatie che si riflettono anche sul suo protettore.
Ecco allora la bufera, una tempesta di proporzioni internazionali.
Dopo i casi Cirio e Parmalat, che ti hanno solo sfiorato, Antonveneta ti ha travolto.
Una situazione che mina ulteriormente la credibilità dell'Italia.
Al Re non è concesso gettare discredito sulla propria nazione.
Non dimetterti, abdica.
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