Editoriali

CONTRAPPOSIZIONI

18 giugno 2005 | Sante Ambrosi

Non sono andato a votare e non mi sento un vittorioso. Non sono andato non tanto e non semplicemente per le ragioni del Cardinale Ruini, ma per tutta una serie di fastidi che la discussione di tutti coloro che premevano per il voto mi ha procurato con un crescendo che andava via via imponendosi nel mio animo con le continue e ripetute argomentazioni che svelavano sempre di più preconcetti, contrapposizioni, premesse ideologiche dati per scontati e che non lo sono affatto. Per chiarire la mia posizione voglio elencare sinteticamente i motivi del mio disagio di fronte a tale discussione.

Prima di tutto la discussione sulla libertà della ricerca mi è sembrata anacronistica. Da parte di alcuni studiosi che hanno scritto sui giornali, la scienza non deve confrontarsi con la teologia e con l’etica. Ma, mi chiedo, perché si ha paura della teologia e dell’etica? La teologia deve confrontarsi con la scienza e dire la sua sull’uomo, e, quindi, anche sulla scienza. Le contrapposizioni del passato sono state generate molto spesso da chiusure della stessa teologia e hanno creato delle spaccature nefaste per la stessa Chiesa e la scienza è stata costretta a percorrere strade completamente autonome. Ma la scienza si trova sempre più di fronte a problemi che non può affrontare da sola, quando soprattutto si trova di fronte a problemi che toccano questioni fondamentali dell’antropologia e del genere umano. E non si può pretendere che la teologia sia emarginata collocandola entro orticelli obsoleti che non interferiscano con le questioni che riguardano l’uomo.

Ciò che mi ha dato maggior fastidio nelle discussioni è stata la constatazione che la separazione tra laicità e teologia è ancora fortemente radicata. Il laico ha bisogno della teologia come la teologia ha bisogno del laico, anzi, possiamo dire che la teologia cresce confrontandosi con il mondo laico e le sue argomentazioni devono essere ascoltate, come viceversa.
La debolezza della scienza si è misurata anche in questa discussione sul referendum quando ha preteso di sentenziare sull’identità dell’embrione umano. Anche la teologia potrebbe convenire nel riconoscere che l’embrione umano non è ancora persona, e, questo, senza dover ricorrere alla teologia di S.Tommaso, ma semplicemente accettando fino in fondo la teoria dell’evoluzione. Ma per la teologia l’embrione umano è diverso da ogni altro embrione perché esso non è soltanto un grumo di cellule, come alcuni scienziati hanno scritto, ma perché fin dall’origine è dentro una forma che progressivamente va maturando compiendo quei salti qualitativi che lo porterà a divenire uomo.

La scienza, certi scienziati, partono dalla quasi identità dei vari embrioni senza spiegare come si possa arrivare alla differenziazione così marcata tra un embrione che diventa uomo e un embrione che diventa altro animale. Su questo punto tutti gli interventi non solo hanno ignorato il problema, ma veniva scartato con fastidio. E invece, no, non si può fingere che questo non sia un problema, anzi, il problema del prossimo futuro e della scienza e della teologia.

C’è anche un altro motivo di fastidio che ho provato leggendo certi interventi ed è stato offerto dalle continue e martellanti accuse contro quelli che non capirebbero le infinite possibilità che la scienza offre a coloro che vogliono un figlio e sono sterili. Capisco che il desiderio di avere un figlio per una coppia sia del tutto naturale e legittimo, ma perché voler forzare i limiti della natura. Non sono contro gli sforzi della scienza per migliorare la possibilità della natura, ma occorre anche riconoscere che ci sono dei limiti che non possono essere superati.

Non penso che si debba parlare di volontà di potenza, come qualcuno ha impropriamente scritto, nelle coppie che sono ossessionate dalla mancanza di figli, ma certo di una forma di nevrosi che si sta diffondendo nella nostra cultura occidentale. Anche il desiderio di vita può assumere i connotati di una malattia. Del resto, già il poeta Lucrezio aveva denunciato questo desiderio come una mala cupido vitae che domina l’uomo e lo rende infelice. I limiti della vita ci sono e la malattia c’è, non i può creare illusioni esagerate e superomistiche, si causerebbe un male peggiore. Anche questo è un falso modo di porre i problemi e un cattivo servizio, anzi devastante.

Potrei continuare con simili riflessioni prendendo spunto da altre considerazioni che ho letto sui vari giornali, ma mi fermo qui, perché voglio spiegare perché, nonostante questi motivi che ho richiamati non mi sento vittorioso se questo referendum è stato affondato da un risultato così inequivocabile.
Non mi sento vittorioso perché con questo referendum, e soprattutto dalle discussioni emerse nei vari dibattiti siamo un po’ tutti perdenti. E questo non solo e non tanto per affermazioni di cattivo gusto di una parte e dell’altra, ma perché dopo questo referendum e per i motivi che ho sopra descritti, temo che sia avvenuta una profonda spaccatura tra mondo laico e mondo cattolico. Sembrava che dopo il Concilio Vaticano secondo fossero stati fatti passi fondamentali per sanare antiche fratture e incomprensioni.

La preoccupazione che può emergere da questo referendum è che ritornino sospetti e guerre ideologiche e di religione che tanto male farebbero alla società. Anche perché, lo voglia o no, la scienza nel prossimo futuro dovrà preoccuparsi più delle sue scoperte che degli interventi della teologia. Uno scienziato svizzero confidava in un suo scritto che ad essere più preoccupati delle scoperte della scienza sono gli stessi scienziati, che molto spesso per crisi di coscienza abbandonano completamente la professione di ricercatori. E purtroppo il progresso non sarà certo arrestato dall’esito del nostro referendum.

Giovanni Verga diceva che il progresso è una fiumana che travolge tutti. Un giudizio forse un po’ pessimista, ma che ci deve far riflettere seriamente di fronte a scenari nuovi e inquietanti che si stanno aprendo con le continue scoperte. Non certo per sbarrare la strada (e chi lo potrebbe?), ma per diventare tutti un pochino più riflessivi.

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