Editoriali

Dire extra vergine non basta più

16 giugno 2012 | Alberto Grimelli

Il comparto dell'olio d'oliva sta ancora inseguendo un miraggio.

E' una sensazione, più di un sospetto ma meno di una certezza.

Si basa però su un dato concreto, concretissimo.

Un litro di olio extra vergine, di un marchio di fantasia, venduto a 2,55 euro. Un litro di olio d'oliva, di un noto brand, a 3,59 euro. Fanno bella mostra di sé in un volantino di una nota catena della Grande Distribuzione, proprio uno a fianco all'altro. Si fa fatica a crederci ma è proprio così.

L'olio d'oliva spunta 1,04 euro in più rispetto all'extra vergine.

E' chiaro che una simile scoperta instilla atroci dubbi, oltre al timore che molte politiche siano state costruite su fondamenta di sabbia. Non bisognerà davvero tornare a divulgare la scala di qualità degli oli di oliva? Che abbiamo fatto allora negli ultimi trent'anni?

Una simile interpretazione sarebbe però assai superficiale. Occorre scavare un po' di più.

L'olio d'oliva era ed è una commodity, ha mantenuto stabile il suo prezzo nel corso di questi anni. L'olio extra vergine d'oliva, per precisa strategia spagnola, è divenuta una commodity ed ha perso sempre più valore negli ultimi dieci anni. Non è solo questione di volumi immessi sul mercato. L'extra vergine ha perso buona parte del proprio fascino ed appeal: extra vergine va bene, purchè costi poco. Può ferire, ma è quanto pensa la maggior parte dei consumatori.

Spiegazione valida ma non sufficiente.

Andiamo avanti.

Gli allarmi su frodi e sofisticazioni sull'olio extra vergine d'oliva si stanno moltiplicando e intensificando. Nulla a proposito di problemi per gli oli d'oliva. E' altrettanto vero, però, che la quota di mercato dell'olio d'oliva, in Italia, è in continuo declino.

C'è di più, sicuramente molto di più.

L'extra vergine è di un marchio sconosciuto. L'olio di oliva di un brand affermato.

E se la chiave di lettura, in fin dei conti, fosse tutta qui? Se a fare la differenza non fosse più la categoria merceologica “olio extra vergine di oliva”, ormai vistosamente in affanno, ma il marchio? Ovvero se contasse più questo che non la qualità intrinseca del prodotto?

E' una questione di fiducia.

Dire extra vergine non basta più.

Non è più elemento sufficiente a rassicurare, figuriamoci a conferire un valore aggiunto.

Non vi sono allora molte strade per uscire dall'impasse

Le possibilità di arrivare a creare una nuova categoria merceologica sono modeste. Troppe resistenze e troppi ostacoli. Per vincerle e rimuoverli, specie a livello internazionale, occorrerebbero anni e il comparto, almeno in Italia, non ha una speranza di vita così lunga, se non cambia il contesto.

Si può cercare di risollevare l'immagine della categoria merceologica “olio extra vergine d'oliva”. E' un'operazione di maquillage molto costosa e dai dubbi benefici. In fondo il consumatore non è fesso.

Si può allora provare a spiegare che “olio extra vergine d'oliva” è in fondo solo una categoria merceologica come ne esistono tante (pane, pasta, vino...), ma che all'interno di questo grande e meraviglioso mondo che è l'extra vergine si possono trovare tanti oli diversi.

Gli oli extra vergini d'oliva non sono tutti uguali.

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