Editoriali

Per favore, questa Pac davvero no

01 ottobre 2011 | Alberto Grimelli

La riforma della politica agricola comunitaria che dovrebbe prendere il via dal 2014 è una minaccia e un'opportunità.

E' una minaccia per l'agricoltura europea la drastica riduzione dei fondi agricoli che altri comparti economici vogliono intaccare sensibilmente per poi passare all'incasso.

E' un'opportunità perchè se non si tratterà di una semplice riforma, ovvero di qualche ritocchino estetico all'attuale sistema, potrebbe risultarne una salutare ristrutturazione dell'agricoltura europea.

Una recente comunicazione del Ministro Romano alle commissioni agricoltura di Camera e Senato ha  quantificato il taglio all'Italia in 800 milioni di euro all'anno. Una cifra, di per sé impressionante, che rappresenta il 17,5% dell'intero budget destinato all'Italia dalla Pac.

Una riduzione di quasi il 20% delle somme stanziate non può essere certamente indolore ed è corretto che il Ministro si batta nelle opportune sedi istituzionali per ottenere di più per l'Italia, un'azione di lobbing per cui il nostro Paese non sempre si è distinto a livello comunitario.

Ormai anche i più recalcitranti conservatori sono consapevoli del fatto che il budget agricolo dell'Unione europea verrà sensibilmente ridotto, un fatto inoppugnabile ma salvare il salvabile non deve essere né la prima né, tantomeno, l'unica opzione.

Occorre semmai una ridefinizione degli stessi assi su cui è stata costruita la politica agricola comunitaria perchè gli aiuti alla produzione sono insufficienti e le misure dei piani di sviluppo rurale sono diventate tanto complicate, limitate e burocraticamente opprimenti da scoraggiare gli investimenti.

Occorre la ridefinizione stessa di agricoltura europea, idea e concetto astratto in quanto non esiste un unico comparto rurale ma essi sono diversi a seconda delle regioni geografiche, in un quadro che si è andato complicando con l'ingresso dei Paesi dell'Est.

L'agricoltura mediterranea non è uguale a quella continentale ed è a sua volta diversa da quella dell'est.

Partire da questo presupposto, non creando un'unica Pac ma almeno tre sistemi flessibili, che possano adattarsi alle specificità macro-regionali, sarebbe un'operazione di verità prima ancora che un piano necessario e opportuno. Una soluzione, però, alquanto scomoda per i burocrati di Bruxelles perchè significherebbe implicitamente ammettere che è impossibile un'uniformazione completa della legislazione agraria in tutta l'Unione.

Struttura fondiaria, vocazionalità agricola, vincoli paesaggistici, tradizioni rurali, tipicità sono diversi persino tra Paesi del bacino del Mediterraneo. Cosa ha da spartire l'Italia agricola con quella estone o quella rumena? E' evidente che hanno bisogno di strumenti di sostegno diversi, rispetto a peculiarità e a obiettivi diversi.

L'Unione europea, invece, nel suo continuo ed estenuante tentativo di omologazione ha previsto il passaggio a un sistema d'aiuto ad ettaro, completamente svincolato ad ogni altra logica e particolarità, come se un ettaro coltivato in Italia equivalesse a un ettaro in Gran Bretagna o in Polonia.

La vera sfida per il Ministro Romano, sempre che abbia voglia di cimentarsi nell'impresa, non è allora quella di recuperare qualche punto percentuale di fondi Ue ma di sostenere la necessità di una Pac diversa, a misura di Stato membro.

Solo rivoluzionando il concetto di politica agricola comunitaria, la riforma può rappresentare un'opportunità storica per il comparto primario.

Altrimenti gli agricoltori hanno pienamente il diritto di vedere solo la minaccia nascosta tra le righe della proposta della Commissione.

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Massimo Scacco

03 ottobre 2011 ore 15:48

"...La vera sfida per il Ministro Romano, sempre che abbia voglia di cimentarsi nell'impresa, non è allora quella di recuperare qualche punto percentuale di fondi Ue ma di sostenere la necessità di una Pac diversa, a misura di Stato membro..."
Parto da questa frase per commentare l'ottimo editoriale del sempre ottimo direttore.
Ne ha voglia il Ministro? Non mi riferisco alla persona attualmente in carica, non a livello personale - anche se qualche dubbio sul fatto che abbia altri pensieri per la testa li ho - ma alla figura del Ministro dell'Agricoltura Italiano: ne ha voglia? Ne ha le capacità? Ne ha le possibilità? Ne ha la forza? A tutti questi punti interrogativi, visti i precedenti (tranne un raro caso di qualche anno fa in cui era un tecnico a sedere su quella poltrona), dico no.
E allora?
E allora dobbiamo solo sperare che un giorno riusciremo a far capire a tutti che l'Agricoltura è la base della vita e tale va considerata. Dovremo poi solo decidere se fare Agricoltura in occidente e come, o se trasformare i nostri territori in immensi giardini e produrre i beni alimentari altrove.