Cultura

Addio George Schneeman, "contadino" nell’anima

Visse da protagonista la grande stagione della beat poetry e non ha mai considerato l’arte un lavoro, ma un modo per sopravvivere giorno dopo giorno. Ed è rimasto così: un artista di culto

31 gennaio 2009 | Stefano Tesi

Nello studio dell'artista, 2003. George Schneeman visto da Roberto Manzotti

George Schneeman (St. Paul, Minnesota, 1934 – New York, 2009)

Nel 1958, inseguito dalla fidanzata Kathy, venne in Italia dal Minnesota a fare il militare e qui mise radici. Non in città, però, ma in campagna. Nella campagna più profonda, percorrendo a ritroso l’itinerario a senso unico dello spopolamento rurale che, all'epoca era in pieno svolgimento: innamorato della pittura senese del '300, si stabilì in un podere senz'acqua nè luce vicino ad Asciano, tra i calanchi delle Crete, vivendo per intero e intensamente il crepuscolo della civiltà mezzadrie. E di questa assorbendo profondamente, intimamente la lingua, i ritmi, la filosofia, l’idea del mondo, lo stile di vita.

George Schneeman - calendario

Qui si sposò ed ebbe tre figli. Fece prima il bracciante, poi l’insegnante di storia dell’arte. In città ci andava in Lambretta mentre Kathy cresceva i ragazzi sull’aia. Dopodichè, nel 1966, tornò ad abitare negli allora slums della Lower East Side di New York, tra gli amici poeti, dove divenne presto "a painter amongst the poets" e visse da protagonista tutta la grande stagione della beat poetry e delle lectures, frequentando, lavorando, creando le copertine e illustrando le opere di autori come Bill Berkson, Ted Berrigan, Michael Brownstein, Tom Clark, Edwin Denby, Larry Fagin, Dick Gallup, Allen Ginsberg, Ted Greenwald, Steve Katz, Lewis MacAdams, Alice Notley, Ron Padgett, Harris Schiff, Peter Schjeldahl, Tom Veitch, Anne Waldman, Lewis Warsh e poi su fino a Jim Carroll e Patti Smith.

Abitava ancora nell'unico appartamento/studio di St Marks Place, nell’oggi rileccatissimo e modaiolo East Village, sopra ai locali dove esordirono i Velvet Underground di Andy Warhol, rimasto sbilenco, strambo e scricchiolante come quarant'anni fa, tra ceramiche, dipinti, bozzetti, libri, fotografie e mobili fatti in casa. Un fossile culturale, ma palpitante di vita, attorno alla cui tavola si riunivano tuttora a cena, in semplicità, i reduci di quell’epoca irripetibile.

Schneeman ha avuto riconoscimenti lusinghieri e molte ottime critiche, ma mai un grande successo commerciale. Forse un po’ gliene dispiaceva, perché sapeva di valere. Senza però farne un cruccio. Non ha mai considerato l’arte un lavoro, piuttosto un modo per sopravvivere giorno dopo giorno. Ed è rimasto così un artista di culto, assolutamente spontaneo, "contadino" nell’anima grazie a quell'imprinting incancellabile assimilato proprio negli anni di veglia trascorsi nelle Crete Senesi, dov’era tornato da turista nel 1989.

George Schneeman - calendario

Per caso ci incontrammo e diventammo amici, al punto che lui e Kathy passarono da noi alcune estati in sobrietà assoluta, quasi francescana per l’epoca, riallacciando nel frattempo le antiche amicizie tra gli operai e i contadini di un tempo. Nessuno li aveva dimenticati.

Ritraeva il paesaggio delle Crete con una mano fulminea, leggera e sensibile come le Crete stesse sono ed esigono durante la stagione assolata, una mano che tradiva un coinvolgimento emotivo e un moto di autoidentificazione profondi, a tempera o ad affresco, tecnica di cui era maestro e che applicava tale e quale i medievali senesi a cui si ispirava. Aveva bene impressi nella mente i gialli tenui del grano e il verde degli olivi.

George Schneeman - calendario

Amava la musica di Scarlatti, che suonava da autodidatta su un clavicembalo che si era costruito da solo. Leggeva le liriche di Franco Sacchetti in una terra in cui del trecentesco Sacchetti, fiorentino tutti o quasi ignorano perfino l’esistenza. Aveva negli occhi quella stessa fiamma inquieta e piena di bagliori che i careliani colgono nello sguardo del fabbro, "padrone del fuoco" e sciamano.

E' morto per caso, cadendo e sbattendo la testa su ghiaccio dei marciapiedi di quella amata e odiata città che da anni diceva di voler lasciare per tornare nella casetta delle bambole che si era comprato per due soldi da una vecchina a San Giovanni d'Asso, prima che in Toscana scoppiasse il boom del rustico, e che aveva lasciata così com’era, quasi avesse paura di incrinarne la patina fragile come un cristallo lasciata nel tempo da mani scomparse. Lì trascorreva sei mesi all'anno con Caterina, dipingendo, curando l'orto, leggendo e pianificando viaggi veri e di fantasia negli angoli più reconditi d'Europa, alla ricerca di architetture romaniche dimenticate se non dai libri degli specialisti.

Aveva già comperato i biglietti aerei per tornare, in primavera.
Ci mancherà.

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