Cultura

Ecco perchè posare il pane rovesciato sulla tavola porta sfortuna

Ecco perchè posare il pane rovesciato sulla tavola porta sfortuna

Appoggiare il pane rovescio sulla tavola è un evento malaugurante che va evitato con ogni attenzione e cura, soggetto a nefaste, pur se molteplici, spiegazioni. Dalle motivazioni religiose alle tradizioni popolari

07 febbraio 2025 | 16:00 | Giulio Scatolini

Come giustamente suggerisce Massimo Montanari (Homo Edens. Nel nome del pane. 1993). si può ipotizzare il pane come una sorta di cibo “originario” dell’umanità.

pane rovescioL’abilità di realizzarlo nel giusto modo di lievitazione e cottura “presuppone infatti una serie di conoscenze assai complesse e per nulla scontate che rappresentano l’esito di una lunga storia di una raffinata “civiltà”. Non a caso infatti Omero definisce gli uomini “mangiatori di pane”; in questo, come in altri casi, non si tratta di uomini, ma degli uomini di Omero: i Greci ossia portatori della civiltà; gli altri quelli che non mangiano il pane, sono invece i “barbari”.

Come per altri alimenti, che si realizzano attraverso delle procedure di elaborazione che presuppongono un alto grado di conoscenza, questi prodotti assurgono quindi ad un’alta valenza simbolica che li rende sacri e preziosi e che ne impedisce lo spreco anche della più piccola porzione.

Nel caso del pane basta ricordare il rispetto che gli veniva tributato dai nostri nonni (se non addirittura dai nostri genitori), rispetto che si concretizzava nella proibizione di sprecare anche il più piccolo “tozzetto” secco. Se per caso ne cadeva inavvertitamente a terra un pezzo bisognava raccoglierlo e devotamente baciarlo a riparazione del gesto nefasto, pur se involontario, accaduto.

Le briciole che si producevano mangiandolo non dovevano essere buttate via o lasciate cadere in terra perché altrimenti dopo la morte si sarebbero dovute raccogliere utilizzando esclusivamente le ciglia. (Tocca ferro, Paolo Bartoli 1994).

In Romagna addirittura (Toschi. Romagna tradizionale. Usi e costumi 1952) si credeva che chi avesse lasciato cadere le briciole sarebbe andato incontro, dopo la morte, ad una severa e praticamente eterna, punizione che consisteva nell’obbligo a raccogliere le briciole sprecate ad una ad una, con il mignolo della mano acceso a mo’ di fiammella, e a riportarle all’interno di un cesto senza fondo. 

Resta tuttavia presente, ancora oggi, anche se in modo frammentario e decontestualizzato, la credenza secondo cui porta male appoggiare sulla tavola la fila di pane a rovescio, cioè capovolta con la parte curva rivolta verso il basso. Si tratta di un evento malaugurante che va evitato con ogni attenzione e cura, soggetto a nefaste, pur se molteplici, spiegazioni.

Secondo alcune di tipo “materiale”, il pane capovolto preannuncerebbe il rovesciamento degli interessi di famiglia, una carestia o un cattivo raccolto, se non addirittura la morte del capofamiglia stesso.

Altre interpretazioni sono di tipo più spirituale, religioso. Una di queste si basa sul fatto che la preparazione tradizionale del pane comportava l’incisione rituale di una croce sul lato superiore e curvo della pasta del pane lavorata prima di infornarla; per tale motivo si diceva che la tale parte superiore del pane rappresentasse Dio. Tenere perciò il pane rovescio equivaleva quasi ad un sacrilegio in quanto significava girare o coprire la faccia di Gesù.

Altri sostenevano che tale gesto avrebbe fatto piangere la Madonna o addirittura l’avrebbe fatta cadere dalla seggiola.

Altri sostenevano che il pane rovescio sul tavolo avrebbe fatto soffrire l’anima di un familiare in purgatorio.

Secondo altre interpretazioni la superficie piatta del pane messa colpevolmente verso l’alto permetteva che venissero a ballarvi sopra le streghe o vi cavalcasse il diavolo.

Esiste una spiegazione ancora più singolare ed è legata al tempo in cui la pena di morte veniva eseguita tramite il boia. Ebbene secondo interpretazione che è legata ai tempi in cui pochi potevano mangiare il pane tutti i giorni, i fornai per riconoscere il pane del boia lo conservavano capovolto in modo che nessuno lo toccasse. Da ciò ne derivò che “non si deve posare in tavola il pane capovolto perché così viene apparecchiato per la mensa del boia. (V. Teti. Il pane, la beffa, la festa, 1976).

Un’altra superstizione riguardava il taglio del pane e il suo orientamento; se qualcuno tagliava il pane di sbieco oppure storto, significava che aveva appena detto una bugia; il pane messo col taglio verso la porta allontanava la fortuna.

La pagnotta di pane non doveva essere regalata o prestata intera, altrimenti ci si privava della fortuna; per evitare ciò era opportuno prima del prestito tagliarne e mangiarne un pezzetto. Si riteneva inopportuno darne la prima fetta ad un estraneo, perché, secondo un’antica usanza, quella spettava al capofamiglia.

Se la sera di S. Silvestro si cominciava a tagliare l’ultima pagnotta, c’era da temere che nell’anno nuovo sarebbe mancato il pane. Cotto il venerdì invece questo cibo avrebbe assicurato la santità a chi lo consumava.

Lo snodo simbolico delle credenze legate al pane va perciò individuato nel fatto che esso fu per migliaia di anni il cibo per antonomasia decisivo nella sopravvivenza dei popoli mediterranei e nei conseguenti processi di sacralizzazione che lo portarono, nel cristianesimo, sino all’identificazione con   il corpo di Cristo.

Il pane rappresentò infatti uno degli elementi di rottura tra l’ebraismo e il cristianesimo. Gli ebrei inclusero il pane, in quanto cibo fermentato, cioè “corrotto” rispetto alla purezza originaria della materia prima, fra i prodotti che non potevano assurgere a simboli sacrali. Il cristianesimo, invece, fece del pane insieme al vino, altro prodotto fermentato, l’alimento più altamente simbolico e sacro, strumento di “colloquio” e “contatto”, tramite la comunione eucaristica, con la divinità.

Infine ricordiamo che in Italia i “mangiatori di pane” e depositari quindi della cultura del pane, sono ritenuti i “meridionali”.  Anche se si tratta di uno stereotipo è innegabile che procedendo da sud a nord l’uso del pane diventa meno frequente: esso viene sostituito da altri cibi poveri come polenta e patate.

Mi piace concludere a tale proposito con una novella in dialetto napoletano narrata da Pompeo Sarnelli nel 1684. In essa si racconta di “un pover’uomo … partito da Napoli, dove il pane si chiama pane, arrivò in un altro paese e trovò che si diceva pan; passò più avanti, e si chiamava pa; disse allora al compagno: “Torniamocene ché se andiamo ancora più avanti non troveremo più pane e moriremo di fame”.    

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