Cultura
Un belvedere sul vuoto
Un tempo la superficie del mondo non conosceva né assisteva ancora a vere doglie. Poi qua e là, la presenza di una secca formava come un'ombra
07 aprile 2012 | Nicola Dal Falco
Quando il paesaggio mostrava una giovinezza senza rughe, l'orizzonte si spandeva liscio come seta. Una linea appena marcata di dossi, interrompeva la piana, alternando lagune a golfi che si aprivano sul grande mare.
Il vento, privo di qualsiasi ostacolo, poteva soffiare così libero che preferiva rimanere ad una certa altezza. L'aria in mezzo era immobile ma fresca.
Sulla terra intera si riverberava la dolcezza dell'ultimo sonno, quello del mattino, il migliore. Mare e terra erano stretti e divisi come, all'interno dell'uovo, il bianco dal rosso.
Qualcosa fioriva nel fango e moriva sulla riva, invisibile ad occhio nudo.
La superficie del mondo non conosceva né assisteva ancora a vere doglie.
Qua e là, la presenza di una secca formava un'ombra, scurendo la distesa verde marcio delle lagune.
Quel deposito si era formato come un suono in bocca prima che la lingua articoli sillaba, nel tentativo di trasformarsi da fondale in isola.
Rotta l'unità dell'uovo, la terra emersa prese a danzare una danza, si avvitò verso l'alto per poi lasciarsi andare, scalfire in balia dei venti e della pioggia, declinando da vetta in ghiaia, limo, banco di sabbia alla foce di un fiume.
Ora, a distanza di millenni, certi luoghi, che solo le carte ricordano, sembrano stare dentro il cerchio che va dalla laguna primordiale al panorama contemporaneo.
Non nel senso che lo strato sedimentato, l'affioramento di origine corallina coincida semplicemente con il luogo attuale.
Sarebbe impossibile, visti gli scivolamenti e i salti che i movimenti tellurici hanno impreso alla crosta terrestre, sommersa da eruzioni e sconvolta da continue prove. Le rocce che vediamo non esistevano prima, perché nacquero dalle reazioni chimiche successive.
Però, quella secca, lenta nascita, ha potuto, di per sé, fornire un centro, un appoggio, una traiettoria verticale intorno a cui, con altro slancio, altri materiali, altre vicende, si è coagulato un punto di risonanza, sovrapposto a quello d'origine. Calcando il cerchio, si può scalare senza fatica uno dei tanti assi del mondo. Rispetto a quelli simbolici e alle aree sacre tradizionali, non hanno oggetti, immagini, altari di riferimento.
Giacciono in apparente abbandono; svettano e sprofondano come camini. L'elenco potrebbe diventare lungo, proporzionato alla percentuale di insularità, di spaesamento delle persone. Più si fa prepotente e generalizzata, più luoghi del genere ritrovano la loro profonda ragione d'essere.
Questi punti, dunque, emergono come isole; l'ombra sott'acqua è diventata l'ombra del tempo che si estende in avanti e indietro, con movimento pendolare, simile all'orbita ellittica dei pianeti: polmone, ghianda, ghiandola, pianta ovale del circo.
La nostra meridiana non riesce a sfiorare l'atto iniziale, restano solo dei nomi, delle parole che battezzano e circoscrivono.
Hanno il potere di conservare un posto, di renderlo comprensibile, di cantarlo a volte. Sono delle porte su un confine. Fino ad una certa distanza se ne avverte l'influenza.
È il suono che producono a farci avvicinare, a far reagire il corpo come un timpano; pur scritto e intellegibile, appare intessuto della bava del bozzolo, pieno del trasparente calore della crisalide.
Suono di fondo, segno vibrante prima dei segni.
Metà della ricerca si svolge, scorrendo i catasti e puntando lo sguardo sulle carte topografiche; l'altra metà diventa appuntamento, è un'attesa che, prima o poi, si scioglie in fondo al sentiero, su uno spiazzo o dietro l'orto. Che cosa occupino, esattamente, quei luoghi non si può sapere se non andando a vedere.
Per chi li ascolta la prima volta, certi termini geografici hanno un suono particolare, sottointeso. Dicono più della cosa che indicano. Li giri e li rigiri come se fossero delle conchiglie, spiando il battito nascosto, il passato marino.
Un tempo emersero come secche, voltate e rivolatate da immensi cataclismi, ora sillabano il silenzio rimasto. Parole che contengono una traccia, un belvedere sul vuoto (d’uomini e di storia) che appartiene agli inizi.
Giuff, il colle, arioso e concavo, evoca un frutto secco nella cui pancia si agitino dei semi musicali.
Aial, la radura, è un doppio respiro, ritmato come due ciottoli sbattuti insieme.
Lout, fango, devia i pensieri, è la punta di una canna che fruga per terra.
Grömm, altura, non comunica altro se non un rumore sordo di animale.

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