Editoriali
Shanghai, andata e ritorno
26 giugno 2010 | Gualtiero Marchesi

Vengo dallâExpò di Shanghai con una convinzione, qualche immagine in più e una suggestione.
Il padiglione dellâItalia mostrava bene le cose che più sappiamo fare, quelle che esprimono talento dove lâesperienza non si fa turbare dallâimmaginazione, al contrario.
Il talento italiano sa confrontarsi con una storia, una cultura antica, rimodellandosi senza rinnegare, attingendo sempre a un modello di bellezza.
Mi riferisco alla moda, al cibo, alla musica, allâauto; câerano, ad esempio, unâIsotta Fraschini bellissima almeno quanto la nuova Ferrari.
Forse per questo possiamo ancora durare.
Lâunico appunto è che il nostro padiglione mi è parso un poâ statico rispetto alla Spagna raccontata attraverso unâenorme schermo che proiettava danze e tori, creando un effetto di spaesamento totale.
La stessa impresa di catturare è riuscita alla Cina, dove le visioni racchiuse nelle antiche stampe prendevano vita, si animavano, unendo passato e presente.
Ho partecipato con altri cuochi alla Settimana milanese, ma ho trovato il tempo di cenare nel più antico ristorante di Shanghai, vecchio di duecento anni, sotto questi incredibili grattacieli.
Volevo riassaggiare lâanitra alla pechinese che mi aveva insegnato un cuoco cinese, passato trentâanni fa nel mio ristorante.
Piatto gaudioso, imperiale, per fare il quale cucini lâanitra in due tempi e pompando letteralmente la carcassa ne distacchi la pelle, servita, croccante e ricca, accanto alla carne.
Beh, la cosa mi ha fatto pensare ad un nuovo modo di servire il pollo, scaloppandolo sotto gli occhi dei clienti.
Tagliato a fette e non più diviso in un quarto o metà .
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