Editoriali

Ripensare le organizzazioni agricole

11 luglio 2009 | Pasquale Di Lena



Riportare al centro dello sviluppo l’agricoltura. È questo il compito primario delle organizzazioni professionali agricole, che non possono pensare di essere altro se vogliono dare le risposte che da tempo aspettano i coltivatori.
La modernità e l’attualità dell’agricoltura aspettano solo una forte progettualità per esprimere il valore delle risorse del territorio e per rendere protagonisti i coltivatori di quella rinascita di cui ha prioritario bisogno il Paese se vuole uscire dalla pesante crisi che lo attanaglia

Il mondo dei produttori agricoli vive, oggi, la crisi pesante del settore e dei comparti più importanti con la solita capacità di sopportazione e con la speranza che, prima o poi, la crisi si trasformi, non solo in raccolti abbondanti, ma in reddito per non sopportare l’umiliazione di dover ricorrere alle banche, che hanno il sorriso quando sono a prendere e mostrano i denti quando devono avere.
Il mondo dei produttori conosce il sole e la luna; sa cos’è il vento e la pioggia; teme la grandine; rispetta il tempo e le stagioni, al punto di avere la pazienza che lo porta ad attendere, sapendo che sono fenomeni naturali che si ripetono, sia nel bene che nel male.

Non è la natura, con suoi capricci, che lo mette in crisi, ma il mercato e la burocrazia, che lo rendono vittima e non protagonista; la disattenzione degli altri; la solitudine nel vivere le situazioni difficili in mancanza di supporti e di indicazioni che un tempo le organizzazioni professionali, insieme a quelle dell’associazionismo e della cooperazione, riuscivano a dare con continuità e capacità.

Un tempo, ormai lontano qualche decennio, le organizzazioni professionali, soprattutto la grande Coldiretti di Bonomi, legata alla Chiesa ed alla Democrazia cristiana, e la grande Alleanza dei Contadini di Grieco, Sereni ed altri dirigenti che venivano dall’antifascismo e dalla Resistenza al nazismo, dalle lotte bracciantili e da quelle dei mezzadri, riuscivano, anche se da ispirazioni e con obiettivi diversi, a guidare il mondo contadino lungo le strade tracciate.

Anche quando queste erano difficili da percorrere per la presenza di una fitta nebbia, dovuta alla crescente disattenzione della politica e della cultura, che portava l’agricoltura a perdere il suo ruolo di centralità all’interno dello sviluppo economico, oppure alle crisi di importanti prodotti, come l’olio o il vino, la zootecnia o il tabacco.

Riuscivano, perfino, a non fare sentire al mondo dei produttori agricoli quell’isolamento in cui l’avevano portato le scelte di uno sviluppo industriale del paese, possibile solo con la forza lavoro delle campagne e del meridione, a significare che le due grandi questioni, che, da sempre, viaggiano insieme, quella contadina e quella del Mezzogiorno, non solo non venivano risolte ma andavano a complicarsi ulteriormente ed a fare pagare al Paese un prezzo alto, qual è quello che vive oggi con la pesante crisi.

Da tempo, dicevo, questo mondo è abbandonato un po’ a se stesso da una Coldiretti che è entrata in crisi di astinenza, in mancanza di abbondanti finanziamenti pubblici da gestire e distribuire in cambio di voti per i propri rappresentanti e, con una Confederazione degli Agricoltori che, ha a mio parere, pagato la caduta dei valori della sinistra, in particolare il sogno di un mondo nuovo e, quindi, la necessità di trovare, attraverso la creatività e la progettualità, la conoscenza e la partecipazione, le nuove strade da far percorrere ai coltivatori, nel momento in cui solo la possibilità di un cambiamento profondo e di un ruolo da protagonisti dei produttori, può dare le risposte che essi aspettano per non sbagliare.

La mia impressione, e non da oggi, è che sostituirsi, come ha fatto la Coldiretti, a Slow Food ( con il risultato di costringere questa organizzazione a diventare la rappresentanza più avanzata del mondo dei produttori), o mettere in azione potenti uffici stampa, per parlare anche delle cose più banali e non dei problemi reali, non risponde ai bisogni di nuove politiche agroindustriali, ambientali e di mercato che possono aiutare i coltivatori e l’agricoltura. Oppure, nel caso della Cia, rafforzare solo l’assistenza ai coltivatori per reggere l’urto della burocrazia o volere rincorrere la Coldiretti su un percorso ad essa più congeniale della conquisa di uno spazio di potere, vuol dire non cogliere le potenzialità di un mondo pieno di valori e ricco di potenzialità, per quello che ha sempre fatto e per quello che oggi può, e deve, fare.
Vuol dire limitare quel ruolo di guida di un tempo dei coltivatori e del mondo contadino.

Mi rendo perfettamente conto che sto usando l’accetta al posto del bisturi, ma lo faccio volutamente per aprire una discussione che merita ben altri approfondimenti, soprattutto da parte di chi vive direttamente l’esperienza di essere in una organizzazione professionale e degli stessi coltivatori che hanno una gran voglia, se c’è chi gliene dà la possibilità, di raccontare le solitudini, i bisogni, le speranze, le paure, per superarle, e, perché no, i sogni, che la terra alimenta proprio quando sembra arida e incapace di far nascere un filo d’erba, un fiore o un albero.

L’era della conoscenza, nella quale viviamo, richiede una discontinuità con culture e prassi finora utilizzate, soprattutto coinvolgimento e partecipazione per affermare ciò che è nel Dna delle organizzazioni professionali, la centralità del settore, l’agricoltura, che più di altri è espressione di attualità e modernità.

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