Editoriali

Formazione del prezzo dell’olio di oliva: dal caso Borges/Bioliva una lezione per l’Unione europea

Formazione del prezzo dell’olio di oliva: dal caso Borges/Bioliva una lezione per l’Unione europea

Oligopoli, mediatori senza scrupoli e controlli disomogenei: volatilità dei prezzi. I punti di debolezza del sistema oleario internazionale emergono in tutta la loro evidenza con il crack Bioliva in Tunisia e gli interessi affaristici tra Adel Ben Romdhane e Borges. Ne abbiamo parlato con Dario Nardella, capogruppo socialisti e democratici alla Commissione agricoltura del Parlamento europeo

30 ottobre 2025 | 13:00 | Alberto Grimelli

E’ la seconda interrogazione al Parlamento UE sul caso Bioliva/Borges. A firmarla e depositarla è Dario Nardella, capogruppo socialisti e democratici alla Commissione agricoltura.

Il caso Bioliva/Borges parte in Tunisia, con il crack da 200 milioni di euro di Bioliva Med Company, che ha messo sul lastrico migliaia di famiglie che vivono di olivicoltura in Tunisia. Il crack si estende però in Spagna perché Adel Ben Romdhane, rappresentante legale di Bioliva, è in affari con Borges Agricultural & Industrial Edible Oils. Un rapporto che, secondo quanto ci risulta, non si sia interrotto dopo il crack e neanche dopo la richiesta di concordato preventivo presentata da Bioliva alla magistratura tunisina. E le speculazioni in Tunisia continuano, anzi si sono persino rafforzate. Una campagna da 500 mila tonnellate può solo accentuare lo sfruttamento commerciale sulla Tunisia olivicolo-olearia. I primi flussi inizieranno ad arrivare in Europa dalla metà di novembre ma, probabilmente, quelli principali saranno a dicembre e gennaio.

L’On. Nardella ha chiesto alla Commissione UE se “è a conoscenza dei fatti segnalati e, in tal caso, quali azioni di verifica ha avviato in merito” ma anche se “intende valutare l’impatto di tali pratiche sul mercato e sui produttori europei e, in caso, adottare misure per rafforzare i controlli e la trasparenza sulle importazioni da Paesi terzi”.

Il tema, però, non è solo come difendere l’olivicoltura europea e italiana da speculazioni che possono influenzare la dinamica del prezzo dell’olio di oliva anche in Spagna, Grecia e Italia, ma come far crescere un sistema senza che venga dominato da un oligopolio spagnolo (5 aziende fatturano 6 miliardi di euro, il valore alla produzione dell’olio di oliva spagnolo è 4 miliardi di euro), grazie a mediatori senza scrupoli e un sistema di controlli disomogeneo che può consentire triangolazioni e frodi.

Il grigio, nel mondo olivicolo-oleario mediterraneo, è purtroppo molto più esteso del bianco. A rimetterci sono gli operatori onesti. Ne abbiamo parlato con Dario Nardella, capogruppo socialisti e democratici alla Commissione agricoltura del Parlamento europeo.

- Il partenariato UE-Tunisia è importante ma come aiutare la Tunisia olivicola a difendere il valore aggiunto delle proprie produzioni e non cadere nelle speculazioni?

Il partenariato con la Tunisia deve basarsi su una logica win-win. L’obiettivo non è solo aprire il mercato, ma costruire insieme valore aggiunto. L’UE può aiutare la Tunisia olivicola a migliorare qualità, tracciabilità e sostenibilità, promuovendo programmi di formazione tecnica, investimenti congiunti e marchi di origine certificata. In questo modo si rafforza la filiera tunisina e si evita che la differenza di prezzo con l’olio europeo diventi terreno di speculazione o dumping. La cooperazione deve servire alla crescita reciproca, non alla concorrenza al ribasso. Per l’UE è un punto cruciale se non volgiamo danneggiare anche le nostre filiere.

- Anche quest’anno la produzione di olio di oliva nella UE dovrebbe essere stabile, mentre si assisterà al boom produttivo dei paesi del Magreb che molto hanno investito sull’olivicoltura. L’UE è destinata a perdere la leadership produttiva?

Non credo, se facciamo le cose che servono. L’Unione Europea non deve inseguire una leadership quantitativa, ma rafforzare quella qualitativa e ambientale e l’Italia può dare un supporto. Il valore dell’olio europeo sta nella tradizione, nella biodiversità, nelle denominazioni di origine e nelle pratiche sostenibili. È chiaro che il Nord Africa sta crescendo, e l’Europa deve rispondere con più ricerca, innovazione e sostegno ai giovani agricoltori, perché l’olivicoltura europea rimanga un modello globale di eccellenza. La vera sfida è la competitività intelligente, non solo la corsa ai volumi.

- I regolamenti comunitari disciplinano scrupolosamente caratteristiche commerciali ed etichettatura degli oli di oliva ma poi il sistema di controlli è nazionale. Non è un controsenso?

È un punto debole che conosciamo bene. La frammentazione è scarsità dei controlli crea disomogeneità e talvolta lascia spazi a pratiche scorrette. Stiamo lavorando per rafforzare il coordinamento europeo, anche attraverso il ruolo dell’OLAF e dell’Autorità per la sicurezza alimentare. Serve una rete di controlli integrata, con banche dati condivise e criteri comuni. Il rispetto delle regole deve essere uguale ovunque, perché l’etichetta “made in EU” significhi garanzia di qualità e non una somma di sistemi nazionali diversi. Infine dobbiamo accelerare la creazione dell’Unione doganale e incrementare da subito i controlli sui prodotti alimentari in ingresso dal 3% al 9% circa per avere un effetto concreto.

- In Spagna ormai vi sono pochi gruppi industriali che controllano il mercato dell’olio di oliva. Fatturano più del valore alla produzione dell’olio nella stessa Spagna. È una concentrazione pericolosa?

Il rischio esiste, perché quando pochi attori controllano gran parte del mercato, si riduce il potere contrattuale dei produttori e si altera la formazione del prezzo. Non bisogna criminalizzare l’industria, ma assicurare condizioni eque nella filiera. È il senso della nuova Direttiva UE sulle pratiche commerciali sleali, che abbiamo recentemente modificato in Parlamento, e della politica di concorrenza. L’Europa deve vigilare affinché la concentrazione non diventi dominio, e perché la ricchezza creata dalla filiera sia distribuita in modo più equo, anche ai piccoli produttori.

- Veniamo all’Italia, che perde sempre più competitività nel settore olivicolo. A rischio, dal 2027, ci sarebbe anche l’OCM olio di oliva. L’UE abbandona l’Italia olivicola a se stessa?

Assolutamente no. L’Italia è un pilastro dell’olivicoltura europea e la riforma della PAC post-2027 dovrà tenere conto delle sue specificità: la frammentazione aziendale, i costi di produzione elevati, la necessità di rigenerare gli oliveti storici e di sostenere l’innovazione nelle regioni meridionali. L’OCM olio va rafforzata, non smantellata, rendendola più flessibile e orientata alla qualità. Ne abbiamo parlato prima dell’estate in un seminario che ho promosso con i colleghi di Spagna Grecia e Portogallo. L’Italia deve essere protagonista di questa battaglia, e come socialisti europei la sosterremo con convinzione: difendere l’olio italiano significa difendere un patrimonio economico, culturale e paesaggistico dell’intera Europa.

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