Editoriali
Zaia, la Coldiretti, l'olio, l'Italia...
04 luglio 2009 | Luigi Caricato

Zaia, la Coldiretti, l'olio extra vergine di oliva, l'Italia... e l'Unaprol, non dimentichiamoci l'Unaprol.
Confesso di provare un grande imbarazzo a scrivere questo editoriale. Non è facile, soprattutto all'indomani della messinscena (in senso buono, s'intende) posta in essere il primo luglio ad Assisi, in occasione dell'entrata in vigore del Regolamento comunitario che rende obbligatoria, dopo tanti anni di febbrile attesa, l'indicazione dell'origine in etichetta.
Si è parlato di "giornata epocale" per l'olio, di una "giornata storica per l'agricoltura italiana" E sia! Ma a che prezzo? E soprattutto con quali reali vantaggi, se finora la pressoché totale disattenzione verso il comparto ha visto i protagonisti più deboli della filiera oramai stremati e in carenza di ossigeno?
Non ho mai assistito a una campagna di lancio così fantasmagorica e martellante. Mai, in tutti questi anni, che il Ministero delle Politiche agricole si sia impegnato così apertamente a far comunicazione intorno all'olio che si va ricavando dalle olive. Sono stato incredibilmente subissato da comunicazioni e inviti. Di conseguenza, la celebrazione pubblica che si è svolta il primo luglio scorso ha sancito a tutti gli effetti la prima volta in assoluto per l'olio, ma non per questo ha segnato il passaggio storico tanto proclamato. Non è così, non cambierà nulla. Ci sarà solo più burocrazia e fiato per chi ha da gestire il grande apparato che si muoverà al seguito.
Se ci pensate, ad Assisi c'erano in verità tutti gli elementi per una classica commedia all'italiana, tipica di quei polpettoni strappa risate con attori come Boldi, De Sica, Pieraccioni, Banfi e compagnia varia. Io non ci sono andato ad Assisi, e non potevo, perché non sarebbe stato giusto approvare un comportamento di puro esibizionismo che non può portare a nulla.
Ricordate - tanto per intenderci - le grandi esibizioni di muscoli per le Dop? Ora, dopo aver dissanguato le denominazioni di origine, rendendole di fatto inefficaci e impotenti sui mercati, salvo l'esempio di poche realtà virtuose, che però faticano a difendersi e chiedono più attenzioni, ora, dunque, che la musica delle Dop non interessa più i soliti noti, ora ci si concentra su un altro giocattolo da smontare, quello del made in Italy, appunto. Poi ci si inventerà qualcosa d'altro, poco importa che cosa, purché la base veda che si agisce, che si è sempre attivi, che si danno insomma risposte ai problemi irrisolti del comparto. Poco importa se queste risposte avranno efficacia, l'importante è esibirle rendendole tanto più desiderate quanto più spacciate per salvifiche e risolutrici.
Bene, non mi soffermo qui sul raggiunto obiettivo del made in Italy, con la "grande vittoria" (così dicono) dell'indicazione obbligatoria dell'origine in etichetta. Su "Teatro Naturale" ne abbiamo scritto in più occasioni, e tutti ormai conoscono il nostro punto di vista.
Ciò che va evidenziato, è l'altro volto della medaglia.
Pensateci bene, riflettete. Che la garanzia dell'origine rappresenti un valore incontrovertibile resta un dato di fatto inoppugnabile. Tra l'altro, è una battaglia antica cui gli attuali attori - quelli che ora cantano vittoria e si attribuiscono tutti o gran parte dei meriti - sono giunti culturalmente in ritardo, anzi in grave e colpevole ritardo.
Per costoro - e mi riferisco a Coldiretti e Unaprol in particolare - quella dell'origine è solo una nobile scusa, un semplice ed evidente pretesto usato per pacificare gli animi di olivicoltori e frantoiani incolleriti o comunque affranti, i quali, dopo tante vane fatiche, si ritrovano ancora una volta con niente in mano. Non per cause di forza maggiore, esterne alla volontà dei singoli, ma per l'inedia o la mal gestione delle istituzioni e dell'associazionismo.
Una colpa antica che non si può cancellare con la messinscena del made in Italy obbligatorio in etichetta. Ben venga ogni forma di tutela, ma solo se vi sono contenuti forti alle spalle.
Tra poco, vedrete, ci sarà magari il varo di un Piano olivicolo nazionale, ma saranno solo fuochi d'artificio. Una volta finiti, lasceranno l'amaro in bocca. Tutta apparenza e niente che lasci presagire qualcosa di concreto.
A portare avanti la carretta del mondo dell'olio è gente semplice e concreta che dedica ore e ore di lavoro, e tanta dedizione, tanta passione.
Ogni lenta conquista che si raggiunge, la si deve proprio a costoro, e non a chi in tutti questi anni ha l'innegabile responsabilità di non aver realizzato nulla.
La mia più grande delusione, in tutta questa storia, è rappresentata da Luca Zaia, un finto leghista che in realtà abbraccia il vecchio. Io che ho guardato sempre con occhi sereni alla Lega, al di là di certe volgari rappresentazioni folcloristiche, ora mi ricredo. Come è possibile che un ministro della Lega segua passo passo la Coldiretti? Al punto che si è arrivati a non comprendere più i differenti ruoli. Infatti mi chiedo se il presidente della Coldiretti sia Luca Zaia o se, viceversa, il ministro delle Politiche agricole sia piuttosto Sergio Marini. La questione resta aperta. Il dubbio d'altra parte sussiste, tanto più che questo amore tra Coldiretti e Zaia, fortemente ricambiato, pone purtroppo in ombra le altre organizzazioni di categoria.
Perché accade questo? Non ci vorrebbe un po' di equilibrio, caro Ministro?
Perché vien dato spazio ai soliti noti e non a nuove voci?
Non si è accorto, in quanto leghista, che sta abbracciando il vecchio?
Niente da fare, il passato ritorna. Assisi è solo spettacolo. Un Paese aperto al futuro, anzichè prodursi in gesti esibizionistici e in fuochi d'artificio, dovrebbe invece avere realmente a cuore le sorti di un settore come quello olivicolo, ormai depredato di risporse ed energie.
Ma voi che mi leggete, in tutta sincerità , credete ancora in quel che vi raccontano?
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