Editoriali

Abbattimento e sradicamento degli olivi come strategia di guerra

Abbattimento e sradicamento degli olivi come strategia di guerra

Nei territori palestinesi, la distruzione degli olivi è estesa e sistematica, associata anche alla costruzione della barriera di separazione israeliana in Cisgiordania e all’espansione degli insediamenti. Durante la raccolta, i contadini sono esposti al rischio di colpi d’avvertimento e di attacchi

09 settembre 2026 | 15:00 | Giosetta Ciuffa

La distruzione degli olivi come strategia di rottura dei legami, taglio alle fonti di sussistenza e morte sociale: è questo il focus di una ricerca che confronta Palestina e Afrin, nel nord-ovest della Siria, storicamente parte del Rojava (governatorato di Aleppo, in Siria; “occidente” in curdo) attraverso l’abbattimento degli olivi ed evidenzia inoltre il nesso tra la distruzione dell’ambiente e di un popolo, sostenendo che la prima può essere parte di strategie più ampie di controllo, espropriazione e cancellazione culturale che vanno a colpire la memoria, l’identità e la sopravvivenza culturale delle comunità che quei territori abitano. Gli olivi diventano oggetto di una ricerca che, a differenza degli studi concentrati sugli aspetti agronomici o sulla produttività, pone al centro le modalità con cui vengono danneggiati, sradicati, avvelenati, tagliati, bruciati, sottratti e saccheggiati alle popolazioni che li coltivano. Gli autori sostengono che la distruzione sistematica nei due contesti costituisca una forma di genocidio indotto ecologicamente e perpetrato da attori statali e coloni, il quale differisce da pratiche di violenza ambientale intese come mero sottoprodotto dello sfruttamento economico. In Medio Oriente, invece, secondo gli autori, alcuni Stati-nazione mettono deliberatamente in atto la distruzione ambientale come strategia, prendendo di mira la terra, i mezzi di sussistenza e l’identità culturale. Come se non bastassero le immani perdite umane, la guerra miete anche vittime non umane alle quali dobbiamo molto: un “dendrocidio” finalizzato ad annientare chi viene percepito come nemico. Abbattere piante, inquinare, danneggiare aree protette per la nostra sensibilità sono crimini ignobili di per sé, figuriamoci quando un albero è strumentalizzato a tali fini.

La professoressa associata Pinar Dinc e l’attivista e ricercatore per i diritti umani e l’ambiente Necmettin Türk partono dalle esperienze comuni di curdi e palestinesi: la condizione di popoli privi di uno Stato sovrano; la lotta contro Stati-nazione, l’occupazione e le pratiche coloniali di insediamento; la difesa di territori, ecosistemi e stili di vita; la distruzione ambientale subita. Quest’ultima ha un impatto sugli ambienti locali e globali e minaccia anche la sopravvivenza culturale delle società colpite. Dinc e Türk identificano questa modalità come il “nesso genocidio-ecocidio”, che secondo la loro analisi è radicato nelle strutture politiche, economiche e giuridiche esistenti, e interpretano i casi studiati come processi di distruzione che coinvolgono attori statali tra cui eserciti, forze di polizia e forze paramilitari nonché i coloni. In più, l’attuale diritto internazionale non è adeguato a perseguire efficacemente tale distruzione ambientale.

Lo studio sul nesso genocidio-ecocidio trova una base negli scritti di Damien Short e e Martin Crook, che reinterpretano il genocidio attraverso la formulazione originale di Raphael Lemkin - ne parlò per la prima volta nel 1944, l’imposizione del modello dell’oppressore può essere applicata alla popolazione che resta o al solo territorio -, evidenziando così i legami tra colonialismo, ecocidio e genocidio culturale. Questa letteratura quindi sostiene che l’ecocidio può costituire una componente o una forma di genocidio e ne individua nel capitalismo e nel colonialismo alcuni fattori strutturali, precisando come l’estrazione delle risorse e le politiche di sviluppo globale devastino gli ecosistemi e le comunità locali, secondo Alexander Dunlap che inoltre sottolinea il ruolo degli Stati, del capitale e delle economie estrattive nella normalizzazione della distruzione socio-ecologica, anche attraverso progetti di larga scala.

Il concetto di ecocidio fu introdotto nel 1970, 26 anni dopo quello di genocidio, da Arthur W. Galston ma il nesso tra genocidio ed ecocidio ha trovato una formulazione teorica fondamentale con Crook e Short del 2014, i quali suggerivano di attingere all’ecologia politica e della sociologia ambientale per le connessioni tra l’ecocidio e quella che viene definita “morte sociale” genocida, ossia il disgregamento del rapporto tra le comunità e il loro ambiente, anche senza una specifica intenzione di distruzione. Non ci si limita quindi alla violenza fisica o all’uccisione di massa ma si tende piuttosto a distruggere l’essenzialità della persona attraverso varie tecniche tra cui la privazione dei mezzi di sussistenza, l’espropriazione forzata e l’allontanamento dalle proprie terre: elementi che plasmano l’esistenza materiale e spirituale.

Nei territori palestinesi, la distruzione degli olivi è estesa e sistematica, associata anche alla costruzione della barriera di separazione israeliana in Cisgiordania e all’espansione degli insediamenti. Agli agricoltori viene impedito di accedere ai propri terreni con barriere fisiche e posti di blocco e, in alcune aree, c’è bisogno di permessi. Durante la raccolta, i contadini sono esposti al rischio di colpi d’avvertimento e di attacchi da parte dei coloni. Tra il 2000 e il 2007 sarebbero stati sradicati circa 1,5 milioni di alberi; altre fonti riportano circa 2,5 milioni di alberi sradicati dal 1967, tra olivi, alberi da frutto e palme. Secondo le fonti delle Nazioni Unite, il 39% e il 42% delle richieste di permesso per raggiungere gli oliveti situati oltre il muro è stato respinto nel 2010 e nel 2011: perdita quindi di terreni agricoli e indebolimento delle basi socio-ecologiche della vita e dell’identità delle comunità rendono l’olio d’oliva una merce militarizzata, inserita nelle economie dello Stato e dei coloni. 

Ad Afrin oltre 300.000 alberi sarebbero stati sradicati, tagliati o bruciati; gli oliveti confiscati e saccheggiati, con i contadini costretti a pagare tasse e compensi per recuperare i propri raccolti. Prima dell’occupazione, Afrin contava circa 18 milioni di alberi (270.000 tonnellate di olive, equivalenti a circa 55.000 tonnellate di olio d’oliva): l’olivicoltura, insieme alla produzione di olio e sapone, sosteneva l’economia locale. La distruzione degli olivi ha così privato molte famiglie dell’autonomia economica e spezzato un legame con la terra costruito nel corso di generazioni, oltre che contribuire alla scomparsa di economie cooperative e di reti produttive guidate da donne. Gli autori parlano di epistemicidio: l’ecocidio non colpisce soltanto una risorsa economica, ma contribuisce a cancellare conoscenze, pratiche, temporalità e significati culturali legati alla coltura e alla vita comunitaria. 

Ma in entrambi i contesti l’olivo non è soltanto una coltura: diventa un simbolo della permanenza e della resistenza, da ripiantare in risposta alla distruzione. 

È proprio questa sovrapposizione, secondo Dinc e Türk, a rendere insufficiente una lettura della distruzione ambientale come semplice danno collaterale. Significa ricostruire ciò che è stato cancellato e riaffermare la propria presenza sul territorio diventando da vittima della distruzione a strumento di resistenza. Ancora una volta, all’olivo viene associato un significato oltre la barbarie della violenza, della guerra e del terrorismo, e questo non solo nei territori occupati o in Siria, dove la storia sta passando greve. Pianta sacra nell’antichità, è ora bersaglio di espropriazione. In Grecia cingeva il vincitore delle Olimpiadi, durante le quali si osservava la tregua dalle ostilità; nella Bibbia la colomba che torna con il rametto d’olivo simboleggia la fine della distruzione: la terra è nuovamente abitabile; il simbolo delle Nazioni Unite è circondato da rami di olivo (per la cronaca, inizialmente erano rami di alloro, simbolo di vittoria, poi sostituiti da quelli di olivo). Insomma, un albero pregno di simbolismo che già nel Deuteronomio andava preservato nell’assedio in quanto non un combattente anzi, da tutelare per mangiarne. Premesso che condanniamo con veemenza la violenza da e contro entrambe le parti in conflitto, per Teatro Naturale, l’unica lotta che si può attivare sugli olivi è quella integrata.

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