Editoriali
Adel Ben Romdhane di nuovo indagato in Italia: i riflessi del crack Bioliva sull’Italia dell’olio di oliva
Dal 21 maggio si sono riaperte ufficialmente le indagini a carico del tunisino Adel Ben Romdhane, patron di Bioliva, che col crack da 200 milioni di euro ha messo in ginocchio un intero Paese. I riflessi sull’Italia dell’olivo e dell’olio d’oliva
25 giugno 2026 | 16:00 | Alberto Grimelli
Torna a farsi precaria la situazione di Adel Ben Romdhane, patron di Bioliva Med Company, che con il crack da 200 milioni di euro ha messo in ginocchio il sistema olivicolo-oleario-tunisino.
Ormai lontano dalla Tunisia da un anno e mezzo, si è rifugiato sull’altra sponda del Mediterraneo, a Barcellona dove continua a svolgere attività di mediazione sull’olio di oliva tunisino. O almeno ci prova visto che difficilmente potrà tornare in Tunisia a breve, stante diverse condanne esecutive in primo grado per l’emissione di assegni scoperti emesse dai Tribunali di Tunisi e Ben Arous.
L’Europa, ma meglio sarebbe dire la Spagna, gli ha dato una casa e protezione. Una situazione che presto potrebbe cambiare.
Adel Ben Romdhane infatti è ufficialmente indagato dalla procura di Perugia dal 21 maggio scorso, per i reati di truffa e uso di denaro di provenienza illecita. Simili accuse gli furono già imputate dall’estate 2025, procedimento conclusosi con l’archiviazione poiché il fatto non era stato compiuto in Italia. Grazie a nuove prove ora l’iter si riapre sempre per gli stessi capi d’accusa.
Il sostituto procuratore di Perugia, Franco Bettini, vuole capire se Adel Ben Romdhane sia effettivamente venuto in Italia alla vigilia del Natale 2024 per concludere affari con imprese olearie nazionali, salvo poi dopo pochi giorni scappare dalla Tunisia e lasciare inevasi gli ordini, ma intascando i congrui anticipi versati.
Così fosse si aprirebbe la strada di un processo in Italia che renderebbe più precaria la posizione del tunisino sul suolo dell’Unione europea, visto anche che, mantenendo il ruolo di amministratore di Bioliva Med Company, e continuando a fare affari con detta società, il rischio di reiterazione del reato appare evidente.
L’avvio di una procedura di stato di crisi e insolvenza presso il Tribunale di Ben Arous in Tunisia il 25 settembre scorso, infatti non lo aveva estromesso dal ruolo di amministratore, pur con la nomina di un curatore. Una situazione che permette ad Adel Ben Romdhane di avere una parvenza di operatività, moltiplicando i rischi per il tessuto olivicolo-oleario italiano ed europeo.
I riflessi del crack da 200 milioni di euro si sono già avuti per due campagne consecutive in Spagna e infine anche in Italia.
La Tunisia, per almeno tre mesi, ha venduto olio extravergine di oliva sottocosto verso le coste europee a 3 euro/kg o meno. E non volumi insignificanti. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio dell’olio di oliva tunisino, da ottobre a dicembre 2025 sono state vendute 130 mila tonnellate di olio di oliva, volumi in crescita del 55% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La Spagna è divenuto il principale hub dell’olio tunisino, con il rischio che le importazioni a dazio zero o in TPA (traffico di perfezionamento attivo), grazie anche al meccanismo di equivalenza, diventino porte di frodi sull’origine, facendo diventare italiano l’olio tunisino, o sulla categoria commerciale, spacciando olio vergine o lampante per extravergine, a danno delle imprese e dei consumatori europei.
La riapertura delle indagini su Adel Ben Romdhane va quindi salutata come una buona notizia, sperando che si possa fare luce non solo sul crack ma anche su chi lo ha protetto, e lo sta ancora proteggendo, non solo in Tunisia ma anche in Spagna. Senza chiarezza non ci può essere neanche concorrenza leale e un sistema sano.
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