Editoriali

Un espresso al veleno

12 aprile 2008 | Luigi Caricato

E' un Espresso al veleno, quello che la direttrice del noto settimanale, Daniela Hamaui, ha riservato al comparto vitivinicolo italiano. Lo ha fatto scientemente in due differenti puntate, permettendo che si confezionasse l’attacco al mondo del vino in maniera concentrica e mirata, forse con l’originario obiettivo di far luce in modo forte sull’irrisolto malcostume delle sofisticazioni, salvo poi ritrovarsi a destabilizzare l’intero settore, senza alcuna evidente distinzione tra ciò ch’è sano (la maggioranza assoluta degli addetti) e ciò ch’è invece marcio (una esigua e infinitesimale minoranza di disonesti). E’ un giornalismo che urla e sbraita, affetto da manie di protagonismo; ma non ci stupisce affatto, nel nostro Paese siamo ben lontani dall’assistere a un giornalismo libero ed equilibrato. Però a tutto c’è un limite. Questo limite – quello della decenza – è stato superato senza alcun ritegno.

Il primo attacco da parte dell’Espresso è stato sferrato in occasione del Vinitaly, creando una sensazione dapprima di sbalordimento e in seguito di rabbia e fastidio: link esterno

Il secondo, a distanza di una settimana, rappresenta una seconda puntata, concepita per infierire il colpo fatale:
link esterno

Un bel colpo basso, sinistro e feroce, qualcosa che fa molto male e che ha il sapore della beffa.
L'inchiesta parte da qualcosa di vero, di conseguenza è da approvare l’intento di indagare su un fenomeno ch’è bene combattere e denunciare in maniera dura e perentoria, poi però qualcosa non funziona, sin dal titolo riportato in copertina, uno strillo carico purtroppo di sensazionalismo: “Velenitaly. Una clamorosa sofisticazione...”

L’inchiesta si svuota di senso sin dalla copertina, appare strumentale. E’ un vero attacco, piuttosto spregiudicato, a tutto un sistema. Si fa d’ogni erba un fascio, l’imperativo di fondo è colpire, mettere tutto in piazza e gettare discredito.

Allora sorge spontaneo un moto di protesta, monta una rabbia sorda tra gli addetti ai lavori. Non si accetta un giornalismo che punta al sensazionalismo, puramente scenografico, pur partendo da dati veri, sui quali si poteva costruire un servizio dai toni più equilibrati. Invece no, si è pensato di mettere in campo un giornalismo da culturisti. Si vogliono sfoggiare muscoli possenti, salvo poi ritrovare bicipiti gonfiati, buoni per mettersi in mostra e dire "ecco, io denuncio, io vi svelo il marcio che c'è nel mondo".

Sia chiaro: a guardare alla sostanza, i fatti ci sono, corrispondono con ogni certezza al vero, e su questo non si discute. Ciò che allarma, è la superficialità con cui si è affrontata la questione, ma soprattutto l’uscita strumentale in coincidenza con il Vinitaly a Verona.

E così l'intera inchiesta, per come è stata strutturata, diventa pura spazzatura mediatica, alquanto pericolosa e dagli effetti devastanti, tale da poter scaturire danni ingenti e incalcolabili al settore.
Il clamore montato ad arte, fa diventare un grave caso di sofisticazione una pura fiction che non ha più il sapore della cronaca, ma della letteratura, nulla a che vedere insomma con il giornalismo.

Si parla di “giornalismo d’assalto”, in certi casi, ma qui siamo a un livello di grossolanità che fa paura. I Montanelli e i Biagi avevano il rispetto della verità e delle persone, non giocavano con la cronaca.
Le inchieste, invece, diventano oggi una ghiotta occasione di visibilità, oltre che un esercizio di potere. Si colpisce dove capita e anziché denunciare le singole realtà, anche in maniera violenta, si preferisce la via facile, ingigantendo scandali ad arte, senza curarsi di infangare gli onesti, si mette tutto nello stesso calderone, senza separare il grano dalla malerba.
E’ il giornalismo urlato figlio del Grande Fratello, ma camuffato da un presunto prestigio che dovrebbe derivare da una testata giornalistica dal passato illustre. E invece anche le testate più prestigiose scadono nella qualità dei contenuti e della forma, pur mantenendo inalterata quell’aurea di prestigio autoreferenziale che certa intellighèntsija affibbia con troppa generosità.

Io resto amareggiato. Non capisco bene cosa giri nella testa di certi estensori di articoli, per me è una deriva etica senza precedenti. Ma forse questo stile espressivo è figlio di un Sessantotto che in Italia ha creato solo mostri, seppure di bell’aspetto.

Si infanga con troppa facilità e disinvoltura, senza curarsi di nulla. Tanto c’è sempre un consenso, e qualcuno che prontamente dice “bravi, fate pure i nomi”. Diventa una caccia alle streghe. E infatti i nomi sono stati fatti, non importa se le indagini siano ancora in corso e non si sa bene come possano andare a finire. L’’importante, comunque, è arrivare prima, poi si può pure passare ad un’altra inchiesta. Cosa importa, in fondo, di quel che sarà?

Francamente, non capisco dove sia andato a finire il buon senso. Sono anni che dedico tempo ed energie per fare una comunicazione seria, non paludata da compromessi, e poi invece mi ritrovo con certi colleghi ina caccia di un facile sensazionalismo, e mi colmo di conseguenza di una profonda amarezza (ma io, pur sforzandomi, non mi sento un loro collega; mi rifiuto di esserlo, non ho alcun sentimento di stima, nemmeno umana, verso costoro; mi rifiuto).

Sono anni che tento con fatica di costruire qualcosa di solido, e “Teatro Naturale” è un progetto che nasce con un simile intento; e cerco di fare il possibile per offrire una sana e corretta informazione, libera, senza padroni alle spalle. Mi sforzo di dare dignità a un comparto come quello agroalimentare, su cui si consumano continui abusi, o silenzi.

E invece mi imbatto con soggetti che amano spararla grossa, giusto per fare colpo sulla gente, con l’intento di disorientare il lettore. Ma si fa solo letteratura, in questo modo; e letteratura di basso profilo, peraltro. Non è certo giornalismo quello cui si assiste oggi. Partendo dallo stesso caso, per esempio, Montanelli e Biagi avrebbero avuto tutto un altro approccio.

E’ possibile – mi dico – che la direttrice Daniela Hamaui debba fare dell'Espresso un settimanale d'inchiesta e di denuncia a tutti i costi, con l'urlo settimanale che sa più di ansia da prestazione che di sano giornalismo di informazione?
Non era certo il caso di montarci un caso, e creare inutili allarmarmismi, disorientando i lettori e destabilizzando i tanti operatori onesti.

In Italia gli organismi di controllo funzionano. Il caso in questione lo dimostra molto chiaramente. Non c’era alcun bisogno di gettare fango in modo indistinto, mancando di rispetto nei confronti di chi lavora con grande onestà e passione.

Il settimanale L'Espresso in questa nera vicenda ci avrà pure guadagnato in copie vendute, ma non certo in prestigio e in limpidezza di sguardi.


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