Editoriali
Salvare la biodiversità dell'olivo per salvare il futuro
La biodiversità olivicola si afferma come tema strategico, poiché con oltre 540 cultivar censite l’Italia custodisce la più grande varietà al mondo. Salvaguardare tale ricchezza significa proteggere le identità locali, garantire qualità e distintività all'olio extravergine di oliva
10 febbraio 2026 | 12:00 | Pasquale Di Lena
Finalmente c’è chi pensa alla biodiversità nel Paese della biodiversità con il 50% e più delle specie vegetali e il 30% e più di quelle animali dell’intera Europa:
- il National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center (NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU, con la mostra, tutta da vedere, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, aperta il 22 gennaio con il tema “Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano”, che chiuderà il 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, in piazzale Aldo Moro. La mostra, quest’anno arricchita da “un documentario che spiega bene: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l'Italia e l'intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.
- al più ricco patrimonio di biodiversità olivicola, il doppio di quello del resto del mondo, che vede la mia città, Larino, capitale mondiale con le tre varietà “Gentile”, “Salegna o Saligna” e “San Pardo”, che portano il su nome. La città culla, nel 1994, dell’ANCO (Associazione Nazionale delle Città dell’Olio), oggi forte di 550 comuni. L’Associazione che, con le sue linee programmatiche 2026 “Olivo e Repubblica: Comunità di Valori, con L’olio extravergine come veicolo di cittadinanza attiva nel segno della Costituzione”, al secondo punto dei 5 programmatici “il Patrimonio olivicolo: paesaggio, ruralità e biodiversità”, afferma: il paesaggio olivicolo rappresenta un patrimonio culturale, ambientale e identitario di inestimabile valore. Non si tratta solo di una risorsa economica, ma di una eredità collettiva costruita nel tempo da generazioni di comunità agricole, che ha modellato il territorio, le relazioni sociali e l’immaginario italiano. Le Città dell’Olio riconoscono in questo paesaggio non un museo a cielo aperto, ma un bene culturale vivo, da tutelare, coltivare e restituire alle nuove generazioni con strumenti adeguati, capaci di unire innovazione e tradizione, partecipazione e conoscenza.
In questa prospettiva, la biodiversità olivicola si afferma come tema strategico, poiché con oltre 540 cultivar censite l’Italia custodisce la più grande varietà al mondo. Salvaguardare tale ricchezza significa proteggere le identità locali, garantire qualità e distintività agli oli EVO, rafforzare la resilienza ambientale e aprire nuove opportunità di sviluppo sostenibile…..Il patrimonio olivicolo è dunque paesaggio, ruralità, biodiversità ed energia sostenibile: quattro dimensioni inscindibili, che le Città dell’Olio pongono al centro della propria azione strategica, non solo progettuale ma anche politica.
Merita sottolineare “garantire qualità e distintività” perché, per me, che, negli anni 80/90 del secolo scorso, grazie all’Ente Nazionale Mostra Vini-Enoteca italiana di Siena, ho avuto l fortuna di promuovere, nel mondo, il vino italiano, ho potuto toccare con mano e, così, verificare - soprattutto sui più importanti mercati del mondo - la forza del racconto di questi due caratteri, qualità e distintività, solo se stanno insieme. Sta qui, nella qualità e istintività, il successo, la rinascita, del vino italiano. Entrambi raccolti nel Dpr 930 del 1963 con i riconoscimenti Doc (Denominazione di origine controllata) per i vini e, dal 1985, anche Docg, così legati al territorio e alla biodiversità, espressa da oltre 400 vitigni. Altro straordinario patrimonio di biodiversità di questo nostro Paese, espresso con ben 530 riconoscimenti Dop e Igp, vini che raccontano, con le loro gocce di bontà, territori ricchi di valori e di risorse. La perdita dei primati mondiali dei nostri oli, a vantaggio della Spagna, nella seconda metà del secolo scorso, sta, certo, nella mancanza di un piano olivicolo, ma, anche, nel non aver saputo cogliere il ricco patrimonio di biodiversità. Dire “qualità” non basta perché un prodotto come l’olio diventi vincente. Lo è se riesce ad esprimere l’origine e, ancor più, la sua diversità o, meglio, biodiversità.
In pratica puntare sulla biodiversità della nostra olivicoltura vuol dire salvaguardare il racconto legato all’origine, cioè al territorio, con i suoi valori e le sue risorse olivicoli, a partire dalla storia e dal paesaggio, per continuare con l’ambiente che l’olivo cura con la sua capacità di trattenere il terreno evitando frane e, ancor più, con l’altra più importante, quella di captare grossi quantitativi di anidride carbonica dando, così, un po' di respiro al clima. Dare sempre più spazio all’olivicoltura super intensiva, nel tempo in cui comincia a diventare un problema il bisogno di acqua e diventa sempre più urgente la sostenibilità, vuol dire sprecare il domani che nessun piano riuscirà a recuperare. Vuol dire – so di ripetermi - dare l’attenzione che merita il territorio e, con essa, riportare al centro dello sviluppo l’agricoltura che è vita, nel momento in produce e dona salute.
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