Editoriali

Il cibo non è una merce: è il tempo della ribellione

Il cibo non è una merce: è il tempo della ribellione

L'accordo di libero scambio UE-Mercosur si dovrebbe basare su finte clausole di salvaguardia, ma con l'impossibilità di reali controlli sull'agricoltura e l'agroalimentare del sud America. La salute dei cittadini europei è a rischio, insieme con l'agricoltura del Vecchio Continente

27 gennaio 2026 | 15:35 | Giorgio Bonacini

L’accordo UE-Mercosur non è un semplice trattato commerciale: è una scelta politica deliberata che mette a rischio la sovranità alimentare. Mentre nei comizi si moltiplicano le dichiarazioni a difesa del "Made in Italy", a Bruxelles una larga parte delle forze politiche europee e nazionali lavora in direzione opposta, ignorando apertamente ciò che cittadini e agricoltori chiedono nelle piazze: sicurezza alimentare, tutela del lavoro agricolo, difesa della salute pubblica.
Altragricoltura lo dice con chiarezza: non siamo di fronte a un errore tecnico o a un compromesso mal riuscito, ma a una scelta consapevole che favorisce interessi industriali, farmaceutici e finanziari a scapito dell’agricoltura. Pensare che questa accelerazione sull’accordo sia stata fatta per compiacere solo le economie del Nord Europa è una semplificazione pericolosa. La verità è che una larga maggioranza delle forze politiche, comprese quelle italiane, ha deciso di non ascoltare il Paese reale, preferendo le pressioni delle lobby della meccanica e dell'automotive che barattano l'agricoltura con nuove quote di mercato industriale.

Ci vengono promesse “clausole di reciprocità”, i cosiddetti mirror clauses, come garanzia che i prodotti importati rispetteranno i nostri standard sanitari e ambientali. È una finzione. Nessun sistema di controllo può garantire realmente la sicurezza di carni e colture provenienti da aree dove l’uso di antibiotici come promotori della crescita, di pesticidi vietati in Europa da decenni e di pratiche agricole intensive è strutturale. Accettare questa impostazione significa trasformare la salute dei cittadini in una variabile negoziabile, subordinata agli equilibri dei mercati globali.
Cosa pensiamo della clausola di salvaguardia? 
La clausola di salvaguardia viene presentata come una rete di protezione, ma nella realtà è uno strumento inefficace e punitivo. Quando i prezzi crolleranno e le aziende agricole saranno costrette a chiudere, spetterà agli agricoltori dimostrare tecnicamente il nesso causale tra le importazioni e i danni subiti. Una richiesta inaccettabile. È come pretendere che chi è stato colpito da un proiettile dimostri chi ha sparato mentre sta perdendo sangue. Questo meccanismo non protegge: scarica il rischio sui produttori e tutela i grandi importatori.
Non vogliamo essere compensati per morire
Il fatto stesso che si parli di 6,3 miliardi di compensazioni economiche è la prova più evidente che il danno è già stato previsto e accettato. Se si mettono sul tavolo risorse per “mitigare gli effetti”, significa che qualcuno ha già calcolato chi perderà e quanto. Ma Altragricoltura rifiuta questa logica. Quelle risorse non sono una soluzione: sono l’ammissione preventiva di una distruzione programmata. Non vogliamo l'elemosina per accompagnare la fine dell'agricoltura contadina. Non vogliamo il pagamento del nostro funerale.

Cittadini e agricoltori chiedono altro. Chiedono di poter continuare a produrre cibo sano, sicuro, legato ai territori. Chiedono politiche che mettano al centro la vita, non i volumi di scambio delle merci industriali. Per questo diciamo basta al doppio linguaggio di una classe politica che promette tutela nei presidi e pratica l’abbandono nelle sedi decisionali.
Se il cibo è strategico, deve essere escluso dai trattati di libero scambio. Non può esserci compromesso sulla pelle di chi produce e di chi mangia. Il cibo non è una merce da scambiare, il cibo non è un bullone. 

Il cibo non è una merce.
La terra non è in vendita.
Noi vogliamo continuare a vivere, lavorare e produrre. Ed è questa la voce che dalle piazze non smetteremo di far sentire.

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