Editoriali
Il cibo per l'uomo è a rischio per il consumo di suolo
Metà dei terreni agricoli europei sono da rigenerare per frane e dissesti, perdita della fertilità, con una buona parte dei rimanenti oggetto, nelle aree disagiate, di abbandono
07 giugno 2024 | Pasquale Di Lena
Ho appena finito di leggere un articolo che riporta la situazione difficile della vitivinicoltura di un territorio magico, i Colli bolognesi, quello dell’omonimo vino Doc e del “Pignoletto” Docg, “Qui la viticoltura rischia di scomparire”, il grido d’allarme delle novanta cantine del Consorzio, il primo dopo i continui attacchi al vino. Sotto tiro, con il vino, è l’agricoltura, soprattutto quella mediterranea, la nostra in particolare. Ancora credibile nonostante le scelte politiche europee che hanno privilegiato (l’80% delle risorse) l’agricoltura industrializzata. Voluta e applaudita - nel silenzio totale delle organizzazioni agricole - dalle multinazionali della meccanica, della chimica e della farmaceutica; dalle banche, che hanno fatto affari d’oro con i fallimenti delle piccole e medie aziende. L’agricoltura che, non a caso, ha visto in questa prima parte dell’anno, i trattorie e non i coltivatori, assoluti protagonisti delle manifestazioni di protesta in Europa. In pratica, un modo di fare agricoltura voluta e sostenuta dal sistema imperante, il neoliberismo, che, per la sua mania di grandezza e la sua fame di denaro, ha scelto la quantità. Necessità per alimentare il consumismo e, con essa, un’agricoltura congeniale alla sua azione predatoria e distruttiva delle risorse della terra. Ed è così che metà dei terreni agricoli europei sono da rigenerare per frane e dissesti, perdita della fertilità, con una buona parte dei rimanenti oggetto, nelle aree disagiate, di abbandono. Di fronte a questo quadro desolante che rappresenta la cancellazione di paesaggi, ambienti, cultura, storia, tradizioni e, soprattutto cibo quale atto agricolo, nessuno di quelli che parlano e sparlano dei successi dell’agroalimentare italiano ha mai pronunciato una sola parola a difesa del bene comune primario, il territorio. Per la verità un tentativo di porre freno al consumo di suolo c’è stato nel breve tempo del Governo tecnico guidato dal prof. Mario Monti con la presentazione del Disegno di legge “Contenimento del consumo di suolo e la valorizzazione delle aree agricole”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 14 Settembre del 2012, ma che non verrà mai trasformato in legge per la ristretta durata del Governo Monti. A firmare quel testo l’allora Ministro dell’Agricoltura del Governo di tecnici, dr. Mario Fontana, primo dirigente del Ministero dell’Agricoltura e Foreste
Sono passati quasi 12 anni da quel tentativo del dr. Fontana e il territorio italiano - l’origine della qualità e, con le varietà, anche della diversità dei suoi testimoni, le eccellenze agroalimentari - in mancanza di una legge, si è impoverito ogni giorno di metri quadri/secondo. Milioni di ettari di terreno coltivato coperti da cemento e asfalto, sottratti all’agricoltura, che, nel frattempo, perde il suo ruolo di settore centrale dell’economia e di fonte del cibo, il nostro cibo.
A partire dai 5mila e più prodotti tradizionali, conosciuti come “tipici” e, soprattutto dai nostri vini riconosciuti Doc e Docg dopo l’approvazione del DPR 930 del 1963 con la prima Doc “Vernaccia di S. Gimignano” (Maggio 1966) e le prime 4 Docg (Novembre 1980), Barbaresco, Barolo, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano, che, per un periodo di invecchiamento più breve, uscirà per primo (1982) con la fascetta Docg sul mercato. Gli altri tre aspetteranno il 1985, una data che ricordo molto bene per aver partecipato alla presentazione del Brunello di Montalcino a fianco dell’ospite d’onore, Nilde Iotti, presidente della Camera.
A distanza di 30anni il Regolamento (CEE) n. 2081 del 14 luglio 1992, riguardante “La protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d'origine dei prodotti agricoli ed alimentari”, le Dop, Igp e Stg, con due oli evo per primi riconosciuti (G.U. del 2.07.1996), entrambi laziali, il “Canino”, in provincia di Viterbo e il “Sabina” nelle provincie di Rieti e Roma.
Una grande intuizione, il Dpr 930 del 1963, difesa con le unghie e con i denti da persone libere non asservite alle grandi aziende vinicole, prima, e alle multinazionali dopo, che, tre decenni dopo, mette insieme - con il regolamento Cee sopra citato e le tante modifiche - un patrimonio enorme di eccellenze, testimoni di territori, con l’Italia sul podio più alto con i suoi 838 riconoscimenti Dop, Igp, Stg (312 prodotti alimentari e 526 vini). Un primato mondiale, un’immagine alta del Made in Italy, oggi nelle mani del più grande ristorante del mondo, McDonald’s, quello del mangiare veloce (fast food). Ventuno prodotti Dop e Igp alimentari utilizzati per diventare panini speciali, che - grazie a chi dovrebbe difenderli e promuoverli, Qualivita e i Consorzi di tutela, e, con il silenzio del mondo agricolo – stanno dando immagine di qualità e bontà alla multinazionale, vera negazione della Dieta Mediterranea, ovvero del nostro stile di vita che, con l’olio di oliva evo filo conduttore, privilegia la convivialità della tavola e, con essa, la bontà e la diversità del cibo, cioè la salute.
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