Editoriali

Il potere del cibo: affamare le multinazionali

Il potere del cibo: affamare le multinazionali

Slegare il cibo dall'agricoltura è la prossima sfida delle multinazionali che però possono venire sempre affamate dalle scelte dei consumatori, basate non solo sull'economicità ma da etica e sostenibilità

15 febbraio 2024 | Pasquale Di Lena

Mi ha colpito il  titolo di un lungo articolo letto Su Gambero Rosso “la guerra nella strisci di Gaza colpisce McDonald’s e le sue azioni in borsa”. In pratica un boicottaggio da parte di consumatori del Medio oriente dopo la notizia che la multinazionale americana ha messo a disposizione dei soldati israeliani pasti gratis, e, non anche, agli affamati e disperati palestinesi rimasti nella striscia di Gaza. Dimostrando, così, legami stretti con Israele, che, con il suo Presidente e attuale governo di destra, continua a mietere vittime  – si contano quasi 30 mila morti - in particolare donne e bambini palestinesi. Un crimine di guerra come lo è stato l’assalto di Hamas del 7 Ottobre.

È proprio la guerra che fa dire che chiunque ammazza è un criminale al pari di chi l’ha dichiarata e di chi ha prodotto e fornito armi per combatterla. Affermare questo vuol dire non solo raccontare la verità che il significato della parola esprime, ma, anche, a non far sentire eroi - soprattutto se premiati dall’accumulo di denaro e/o di potere – quanti uccidono o fanno uccidere esaltando lo scontro, il conflitto, e, in questo modo, dando continuità e forza all’odio e a tutte le azioni che negano la pace. Questo per riaffermare, oggi più di sempre, “No guerra, senza se e senza ma”, e implorare “cessate il fuoco ora”.

In pratica la conseguenza della scelta della multinazionale padrona del più grande ristorante del mondo, McDonald’s, ha portato a un calo in borsa nei paesi del Medio Oriente. Un calo significativo che ha preoccupato, non poco,  gli amministratori e i dirigenti della multinazionale, che, con un comunicato del suo capo esecutivo, ha provato a spiegare che la multinazionale è preoccupata per gli israeliani, e non solo, anche per i palestinesi. Una toppa, per la verità, cucita male che rischia di peggiorare ancor più l’immagine di una realtà, McDonald’s, segnata da continui successi che sono alla base della sua presenza e crescita in ogni angolo del mondo, fonte, fino allo sbaglio della donazione dei pasti di qualche giorno fa, di sicurezza e tranquillità per i suoi padroni. Parlando di questa multinazionale mi tornano in mente gli accordi stipulati con Qualivita, lo strumento rappresentativo  delle nostre eccellenze Dop e Igp, ovvero di quel patrimonio unico al mondo, rappresentativo della qualità dell’origine espressa dai mille e mille territori che compongono il nostro Paese. L’immagine alta della Dieta Mediterranea, quella che quarant’anni fa ha dato lo spunto a far nascere l’Associazione  “Slow Food”, mangiare lento, nel rispetto della tavola e del convivio, cioè dello stare insieme intorno a un piatto, il cibo. In pratica, in netta contrapposizione con lo stile “Fast Food” del mangiare veloce, che ha solo il significato di ingoiare energie. A mio parere un errore di Qualivita, che si fa vanto dell’accordo stipulato, applaudito soprattutto da chi doveva denunciarlo, il governo che, con qualche dirigente del mondo agricolo, ogni giorno si fa vanto dei successi del settore agroalimentare, in quanto a valore complessivo, incidenza sul Pil, esportazione, notorietà e furto di immagine. Il cibo, cioè la rappresentazione di un settore che, con la ristorazione e la moda, è tanta parte del successo del Made in Italy nel mondo, sempre più ridotto dal consumo dei territori, soprattutto quelli vocati. Oltre al cemento e all’asfalto, da qualche tempo distrutti anche da generatori di energie alternative che rubano proprio le risorse (bellezza e bontà) che hanno reso l’Italia un paese unico al mondo. In pratica utili solo a un tipo di sviluppo basato sul consumismo voluto da un sistema, il neoliberismo, che – mi ripeto - non ha il senso del limite e del finito.

Poi, a cavallo gennaio-febbraio, l’entrata in campo dei trattori In Germania e Francia, e, a seguire altri paesi europei, compresa l’Italia, che ha impaurito la presidente dell’Unione europea, tanto da ritirare l’unica cosa buona annunciata dall’Europa, la legge sulla fine dell’uso dei prodotti chimici per dare spazio a Green deal e Farm to Fork, ovvero il pensiero alla sostenibilità. Quella di un settore che – vale sottolinearlo – fino ad oggi, insieme con gli allevamenti superintensivi, ha rappresentato la seconda voce, dopo i fossili, della sempre più pesante crisi che vive il clima. Il clima, quello stesso che, nel suo stato di impazzimento e sconvolgimento delle stagioni, colpisce per prima proprio l’agricoltura. Come dire che i trattori sono stati accesi e guidati dalle multinazionali della chimica, meccanica, farmaceutica e genetica, che hanno imposto l’agricoltura industrializzata, quella della quantità, a spese dell’agricoltura contadina, e, con essa, della ruralità e biodiversità. In pratica, un tipo di sviluppo imposto dal sistema che governa il mondo e nessuno nomina, il neoliberismo.  

Questo racconto, iniziato con la vicenda della McDonald’s e proseguito con i fatti accaduti in questi giorni, oltre a sottolineare la centralità del cibo, con un mondo agricolo allo sbando, vuole significare che limitando i consumi al necessario è possibile creare sofferenze ai padroni più potenti del mondo. Per esempio, sempre parlando di cibo, vuol dire risparmiare 13 miliardi di lire ogni anno, il costo dello spreco alimentare in Italia. Ecco che risparmiare è il primo passo per rivoluzionare un sistema spietato e ridare forza alla speranza di un nuovo domani.

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