Editoriali
Il 2024 sia l'avvio della rinascita dell'olio extra vergine di oliva italiano
Non oli extra vergini di oliva tutti uguali per dare ancora più forza all’industria e penalizzare i bravi olivicoltori ma esprimere il valore e il significato dell’origine, la qualità con il valore aggiunto della diversità
22 dicembre 2023 | Pasquale Di Lena
L’impressione, sempre più ricorrente, è che quello che abbiamo conquistato - non senza un mare di sacrifici e un pizzico d’intelligenza - e che oggi abbiamo, c’è sempre stato. Più il frutto di un lento, naturale evolversi dei fatti e delle situazioni, che il frutto di scelte giuste e di lotte conseguenti, a volte di una vera e propria rivoluzione. Il riferimento è al metanolo del 1986 che è costato anche morti. Un momento difficile per l’immagine della nostra bevanda-alimento con i vigneti diffusi in ogni luogo di questo nostro Paese, da sempre conosciuto come “Enotria tellus”, la terra del vino. Una banda, quella del metanolo, di una decina di criminali che ha messo in discussione il vino italiano ed ha fatto tremare il mondo dell’industria del vino, tanto da farla apparire paralizzata per mesi. C’è voluto un po' di tempo prima di riprendere le antiche abitudini, che ancora vedono impegnati una parte dei protagonisti di un mondo, quello della vite e del vino, che dona lavoro, immagine, notorietà e fa da testimone alla gran parte dei nostri territori, non a caso i più noti.
Fino alla fine degli anni’70, il vino non aveva un futuro, tant’è che la distillazione di milioni di ettolitri era diventata come una specie di liberazione dai problemi da parte dei singoli viticoltori e, soprattutto, di quelli soci di una cooperativa, che svolgeva magnificamente il ruolo di stoccaggio, anche e soprattutto per l’industria e le grandi cantine del Nord e centro Italia. Allora era bianco e rosso e, diversamente dagli inizi del XX sec., quando questo prodotto, diffuso anche nei più sperduti angoli del nostro Paese, si buttava nei fossi. Tant’è che divenne causa di conflitti e di scontri tra produttori ed istituzioni. Negli anni settanta, inizi anni ottanta, non si buttava più nei fossi ma si regalava ai trasformatori nazionali del Nord ed ai francesi. Ricordo la guerra del vino del 1981 con la Francia che ha messo la Puglia in ginocchio
Poi una piccola rivoluzione – partita dalla deliziosa terra senese - che ha iniziato a dare al vino una nuova immagine grazie a due elementi importanti: la qualità legata all’origine, il territorio, e la diversità legata al ricco patrimonio di vitigni autoctoni. Era il tempo dei Chardonay, dei Cabernet, dei Shiraz e dei Pinot e, a furia di raccontare la nostra millenaria cultura del vino, i valori del territorio e i diversi caratteri dei vini, hanno vinto le peculiarità da essi espressi, raccolte, con l’approvazione del Dpr 930 del 1963, nei primi riconoscimenti Doc, acronimo che diventa subito sinonimo di qualità. Ancor più, nel 1980, con le prime Docg riconosciute (Barbaresco, Barolo, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano). E non solo, con il racconto, le tante idee che hanno accompagnato e accelerato il percorso di una valorizzazione e affermazione, partito nella seconda metà degli anni ’80 in quel luogo magico dei nostri grandi vini, l’Enoteca Italiana di Siena. Il vino non solo bevanda, ma storia, cultura, tradizione, e, come tale, ragione d’incontro con altri mondi e altre iniziative: Vino e Turismo, con la nascita della prima delle Associazioni d’identità, le Città del Vino e, poi, il “Movimento del Turismo del Vino”; “Alimentazione, Sport , Vino”; “Vino e Donna”; “Vino e Giovani”,” Vino e Arte”; “Vino e Cultura”; “Vino e Moda”; “Vino e Musica”. Tanti mondi diversi, tanti nuovi amici del vino, tante iniziative capaci di cogliere l’attenzione del consumatore, non solo italiano.
L'olio ha tutto per vivere, come il suo vecchio compagno di viaggio, la propria svolta se, però, messo nelle condizioni di svolgere il suo ruolo di alimento salutare per l’ambiente e per l’umanità. La scelta della quantità ottenuta con qualche varietà che, con tutto il rispetto, offendono il ricco patrimonio di biodiversità del nostro Paese. Sono i sistemi di allevamento superintensivi che negano la biodiversità espressa da un campo coperto da oliveto tradizionale, togliendo all’olio la possibilità di vivere il suo momento di notorietà e fama. Non i mille oli possibili espressi dalle 600 varietà autoctone di olivi rappresentative di 18 delle 20 regioni italiane, ma oli tutti uguali per dare ancora più forza all’industria e penalizzare i bravi olivicoltori e, con essi, il valore e il significato dell’origine, la qualità con il valore aggiunto della diversità.
Un valore importante che permette di dare spazio e significato agli abbinamenti, che, se fatti in modo corretto, esaltano il sapore e il gusto delle pietanze. La possibilità per trasformare i ristoranti in luoghi di abbinamenti e, così, renderli protagonisti della nuova cultura espressa dall’olio con le sue diverse tipologie. In sintesi, l’avvio della rinascita di un prodotto che merita solo riconoscenza. So bene che c’è bisogno di ben altro per un comparto fondamentale del territorio italiano e della sua agricoltura. Un piano di sviluppo vero, all’altezza del momento non facile che vive l’olio di oliva, in Italia come nel mondo. E questo soprattutto per ricordarsi che c'è anche il domani e ci sono i giovani che hanno bisogno di sognarlo per renderlo libero e in pace. Il solo modo perché tutto fili liscio come gli oli dei nostri olivi, una carica di bontà e diversità
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