Editoriali

COP28: l'agricoltura esclusa dal dibattito

COP28: l'agricoltura esclusa dal dibattito

Nella discussione ampio spazio all'energia e all'addio dei combustibili fossili ma poco spazio per un bene primario come il cibo e quanto è collebato: l'agricoltura che preserva il territorio, diversità e qualità

15 dicembre 2023 | Pasquale Di Lena

Chiude a Dubai la Cop28, con i soliti compromessi e molte lacune, in particolare per quanto riguarda il linguaggio relativo all’abbandono dei combustibili fossili (petrolio, metano, carbone). L’impegno, comunque, è arrivare a zero emissioni di gas serra nel 2050.  

Non è il solo, visto che fra i tanti presi c’è anche quello di “triplicare la capacità di energia rinnovabile a livello globale”, il che vuol dire continuare a depredare e distruggere la Terra. Per l’Italia, il Paese dei mille e mille territori, unico al mondo per storia, cultura, ambiente, paesaggio, tradizioni, vuol dire triplicare il furto del bene più prezioso che abbiamo, il territorio. Valori e risorse irripetibili che, nelle mani di una classe politica e dirigente battezzata dal sistema della finanza, il neoliberismo, rischiano molto con una nuova invasione di pali eolici e di pannelli solari a terra. Tutto nelle mani di affaristi senza scrupoli e non delle comunità locali, soprattutto le più piccole e le più isolate, che pagheranno un prezzo altissimo: la loro definitiva scomparsa. 

Di questi tempi, un anno fa, andava di moda una discussione riguardante l’alimentazione: piatti a base di insetti o di cavallette, con i pro e i contro, e i già rassegnati. Poi, una volta passate le feste natalizie, il silenzio, presto però, interrotto e animato dall’avvento sulla scena della carne coltivata in laboratorio. Un piatto già sulle tavole di Singapore o oggetto, grazie all’intelligenza artificiale, di una crescita enorme di attenzione nel resto del mondo. Un prodotto – ripeto - dell’intelligenza artificiale e di ben 800 miliardi di dollari investiti per imporre un tipo di alimentazione che non ha niente a che vedere con il cibo, la natura e l’identità espressa dal territorio. Tutto è già stato calcolato, il sistema neoliberista non improvvisa. Non a caso, e sin dall’inizio della sua triste presenza, distrugge il solo tesoro che abbiamo, il territorio; divora suolo fertile con l’agricoltura industrializzata e l’uso della chimica; azzera spazi enormi di foreste per la produzione di mangimi necessari per gli allevamenti superintensivi; continuerà, fino al 2050, ad estrarre petrolio e ad aprire miniere. Oggi investe sulla carne coltivata sapendo che c’è da soddisfare la domanda di possibili 10 miliardi di consumatori nel 2050, una scadenza che è sempre più vicina. C’è da dire che ogni passaggio ha come obiettivo profitti per pochi e fame per molti.

Ecco che serve aprire la mente al cibo se si vuol continuare a godere della biodiversità, del territorio e sperare nel domani. Il cibo non è lo spettacolo televisivo  che ci vogliono far divorare, ma la prima delle necessità e delle felicità. Della natura è la sintesi; della terra e di chi la coltiva il dono, come tale sudore e passione, e non solo, memoria. Un atto agricolo guidato dalla luna e dalle parti di essa nell’arco del mese e nelle diverse stagioni. Il cibo è attenzione, ricerca, sapere, come pure casa, desiderio, sogno, dolore, sconfitta, bisogno, emigrazione, conflitto, pianto, potere, dolore, appagamento, gioia. Il cibo, quello di qualità, è salute, poesia di profumi e di sapori, godimento, stretta di mano, convivialità, incontro, amicizia, socializzazione, dialogo, rispetto, identità.

Al pari del territorio esso è paesaggio e ambiente, storia e cultura, tradizione. Non a caso è nel territorio l’origine della qualità e della diversità. Ne sono esempio, per quanto riguarda l’Italia, le 887 indicazioni geografiche, ovvero prodotti Dop e igp, che, insieme, con i 5.500 prodotti tipici tradizionali, del territorio sono i testimoni. Primati che nessun Paese al mondo può raggiungere ed eguagliare. Non basta, però, solo vantarsi di questi primati e della bontà unica dell’’agroalimentare italiano e dei suoi successi nel mondo, se, poi, non si è capaci di difenderli lasciando che a questi prodotti venga tolta l’origine, il territorio, e cancellata la sua sacralità.                                             

La salvaguardia e tutela del territorio è la priorità che, purtroppo,  i governi, ai diversi livelli, non conoscono e riconoscono ed è qui la ragione del  furto continuo (2,5 metri quadri/secondo) del bene comune primario per vecchie e nuove impermeabilizzazioni, come cemento e asfalto, torri eoliche e pannelli solari a terra. Un furto di territorio che vuol  dire furto di cibo, furto di agricoltura, furto di domani. Un furto che sta a significare la venerazione per il dio denaro con la scelta della finanza, espressione del sistema dominante, il neoliberismo, della carne coltivata in laboratorio. Per evitare questo rischio basterebbe l’approvazione di una legge che: blocca il consumo del bene comune, il territorio; sostiene la rigenerazione dei suoli impoveriti di fertilità; rilancia l’agricoltura, soprattutto la piccola e media impresa, dando spazio alla polifunzionalità  e alla sostenibilità. Il modo, in pratica, per riportarla al centro di uno sviluppo che utilizza e non distrugge le risorse, soprattutto quelle primarie.  

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