Editoriali

La guerra al consumo di suolo

La guerra al consumo di suolo

In un solo anno in Italia più di 7700 ettari sono stati sottratti alla natura o all'agricoltura. Senza difesa del territorio non c'è futuro

27 ottobre 2023 | Pasquale Di Lena

C’è a chi la guerra piace. Importante, però, è che venga fatta altrove e non sul proprio suolo. È l’America, la nostra tanto amata America, che, di fronte all’invito dell’Onu e ei Paesi aderenti a cessare il fuoco a Gaza,  risponde “No, solo una tregua”. Tutto per non far dispiacere la finanza (banche e multinazionali) interessata nella produzione e vendita di bombe e armi. La guerra è guerra e nessuno la può fermare per colpa di quell’1% che possiede tutta la ricchezza del rimanente 99% che abita il pianeta  terra. Se non si ha consapevolezza di questo dato e degli interessi enormi di chi produce e vende le armi e le bombe non si ha la possibilità di capire la causa che rende impossibile la pace.  La causa! Cioè la sola possibilità che uno ha  per capire gli effetti. Nel caso specifico quelli di una guerra, ma anche di quelli che si manifestano in altri campi e mettono in luce altre situazioni. 

Sto pensando ad un’altra guerra, mai dichiarata, quella del consumo di suolo che ogni giorno imbratta di cemento ed asfalto e, ultimamente, di pali eolici e pannelli solari, il  territorio italiano. Il nostro bene comune  - il solo tesoro che abbiamo – che è la sommatoria di mille e mille territori, e, come tale, espressione della diversità, quanto a bellezza e bontà, la ragione che rende l’Italia un paese unico al mondo.  E’ di questi giorni l’uscita del decimo rapporto annuale, il 2023, di ISPRA ed SNPA, con i dati che sono a denunciare una situazione davvero drammatica riguardante il consumo di suolo in Italia. Lo scorso anno: 10% in più del 2021 per un totale di 77 Kmq, cioè 7.700 ettari di territorio “artificializzati”, la gran parte (63%) superficie agricola, a significare che ogni secondo sono spariti 2,5 metri quadrati e che ogni giorno 21 ettari di suolo sono stati coperti non da colture, ma da cemento, asfalto e altro.

A significare una perdita netta di superficie agricola e servizi ecosistemici, cioè quelli legati alla vita, come la fertilità del suolo; l’agricoltura e il suo atto primario, il cibo; l’acqua, soprattutto potabile; l’impollinazione; la biodiversità; i valori morali, spirituali e culturali. Un rapporto che meriterebbe di essere letto con grande attenzione soprattutto da chi, ai vari livelli istituzionali, ha nelle proprie mani il governo del territorio, visto che la situazione , sottolineata dai dati e dal ragionamento che presenta il rapporto 2023, è drammatica.  Il rapporto sta a dimostrare che la maggior parte di questi rappresentanti del popolo non sanno cos’è il territorio e, per colpa di questa loro ignoranza, permettono a una massa di speculatori, al servizio della finanza (banche e multinazionali), di farne abuso e di limitarlo. 

La dimostrazione che il suo consumo (stiamo tornando ai livelli del 2011) è l’espressione di una classe politica e dirigente al servizio di un sistema, privo del senso del limite e del finito, che ha nel consumismo la sua ragione  d’essere. La dimostrazione che non è casuale l’abbandono dell’agricoltura e che il cibo diventa spettacolo o semplice occasione di vanto per i 500 miliardi che vale l’agroalimentare italiano, con un export di oltre 60 miliardi, di cui ben 9 fanno riferimento alle nostre eccellenze Dop, Igp e Stg. Neanche una parola a difesa del territorio e del futuro di una risorsa straordinaria, fondamentale per il futuro del nostro Paese. Intanto c’è chi vede il cibo non più atto agricolo, ma dell’intelligenza artificiale che l’ha iniziato a coltivarlo in laboratori con un investimento di ben 800 miliardi di dollari. Una quantità enorme di denaro, la gran parte del quale servirà a convincere l’umanità a scegliere questo cibo che non niente a che vedere con il suolo, la terra coltivata, il territorio. Il modo per staccare il consumatore, noi tutti, dal resto della natura e, come tale, a negare se stesso, la sua stessa identità in mancanza del bene comune primario. Cioè del luogo e dello spirito che ancora lo anima, il “genius loci” che è tanta parte della sua identità. Lo spirito del luogo fondamentale per capire i valori e le risorse (storia, cultura, ambiente, paesaggio, tradizioni e cibo quale atto dell’agricoltura, pesca, boschi e prati pascoli) del territorio, per riappropriarsene e ripartire prima che sia troppo tardi.  Viviamo in un paese e, purtroppo, in un mondo che non ha più alcun rispetto per la  terra, soprattutto quella coltivata, tant’è che – come sopra veniva detto - si parla di energia rinnovabile o, come qualcuno ci tiene a sottolinearlo, pulita, ma mai di cibo. Cioè di scelte che la terra la negano, nel momento in cui  la coprono e la distruggono per alimentare il consumismo e non di quelle che, da sempre, la terra la curano coltivandola per ricavare la sola energia pulita vitale, il cibo, che non solo nutre, racconta, anima e rallegra la convivialità, la socializzazione. E non solo, anche risorse e valori che danno senso alla vita, come la bellezza che dona il paesaggio agrario con la sua biodiversità; l’aria pulita; l’acqua potabile; il rinnovarsi di una tradizione; la storia e la cultura. La triste constatazione che nessuno, neanche gli ambientalisti e i progressisti delle energie rinnovabili, nominano il cibo.

Con le bombe, le perforazioni, le estrazioni, il clima impazzito, l’inquinamento, il cemento e l’asfalto, le torri energetiche e i pannelli solari a terra, è il territorio la vittima sacrificale, e, con esso, la natura di cui ancora facciamo parte. In pratica il domani, il nostro e, soprattutto, quello delle nuove generazioni, che in carenza o mancanza di territorio, non avranno più cibo da mangiare. Non più pane e pasta, verdure e frutta, olio, no vino e acqua da bere né aria da respirare e bellezza da ammirare, ma tutto e solo quello che concederà, non senza preferenze e ingiustizie, l’intelligenza artificiale. Una prospettiva che fa pensare a una umanità disperata, tutta raccolta nelle strade e nei palazzi di megalopoli di cento milioni di abitanti, al servizio di robot dagli occhi fissi, voce metallica e mani d’acciaio.  

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