Editoriali

PIANO OLIVICOLO TERRITORIALE

07 luglio 2007 | Luigi Caricato

Non so quante chance abbia l’Italia dell’olivo e dell’olio, per risollevarsi. Non sono un indovino. Certo è che non tira una bella aria, fresca e sana.

C’è un sentimento di inedia, un’inerzia perfino malinconica, quasi un tirare avanti col fiato corto e a testa bassa.
Ora tuttavia non so, se con queste mie impressioni di pelle, immediate, io esageri.
Di sicuro posso dire che il clima che si respira non è tra i più salubri e sereni.

Andando in giro per il Paese registro tanta voglia di fare e di agire, di lanciare dei chiari segnali di svolta. Ci si interroga, insomma. Lo stato di inerzia non è totale, qualcuno reagisce, si oppone allo stato delle cose.
Nonostante ciò, tutti i buoni propositi, tutti singoli interventi da parte dei cosiddetti volenterosi, non potranno ai essere compiutamente efficaci, venendo a mancare quelle solide basi sulle quali poter fare affidamento.

Il problema dell’olivicoltura italiana è annoso e lo si può ridurre in una questione a mio parere centrale: manca un piano olivicolo nazionale.

Mi viene anche da ridere, solo a pensarci; a tirare in ballo questa vecchia storia.
Ritornare a parlare di “piano olivicolo nazionale” è un po’ un volersi fare del male, un agitare il dito nella piaga. Eppure, se si è seri, le cose vanno dette: di denaro pubblico negli ultimi decenni se n’è sprecato tanto, e tanto, va pure detto, se ne sta ancora sprecando.

E’ un pozzo senza fondo, la spesa pubblica. Sul fronte dell’agricoltura è un disastro terribile. C’è troppa gente da sistemare, troppe bocche, ingorde, da riempire.

Allora, posta tale premessa, fin troppo lunga ma esplicita, giungo alle conclusioni.
Dal momento che fino ad oggi le Istituzioni centrali si sono completamente disinteressate del destino dell’olivicoltura nostrana, perché dunque non agire scavalcando tali inoperose e inattendibili Istituzioni?

E’ semplice, anche se tuttavia il percorso da compiere resta comunque tra i più impervi.
Occorre partire dal basso, a livello locale.
Lo sostengo ormai da anni, parlando e scrivendo ovunque.
A una vistosa carenza delle Istituzioni centrali, si scelga piuttosto di agire partendo dalle periferie, laddove è più gestibile l’individuazione di figure autorevoli e credibili, in grado di realizzare, nel piccolo, qualcosa di concreto.

Così, vista l’impossibilità di istituire un piano olivicolo nazionale, si può nel frattempo procedere con dei piani olivicoli territoriali.

Il meccanismo è semplice.
Non c’è una regione in grado di farlo? Tenti di farlo, allora, un ente provinciale.
Non c’è in tutto il Paese una provincia che abbia la forza e la volontà di intervenire, o che non abbia a cuore le sorti del proprio territorio? Si mobilitino piuttosto i comuni, magari con la complicità e l’ausilio di realtà associative come le “Città dell’olio”.

Insomma, occorre dare un segnale preciso a uno Stato assente e inerte, affinché reagisca.
In questo Paese immobile e stanco, senza spessore, l’inerzia del potere centrale può essere risvegliata solo da azioni che partano dalla periferia. Anche solo fallendo, il segnale viene però lanciato. E il segnale, che porti o non porti a un risultato, vale in ogni caso come testimonianza. Si dimostra che c’è qualcuno, insomma, che vuole uscire dall'attuale condizione di incertezza, o che almeno ci tenta.

I ministri agricoli del passato - e quello attuale, ovviamente - non si vergognano della propria latitanza, ma noialtri dobbiamo pur opporci allo stato della realtà, e camminare a testa alta, orgogliosi di fare il possibile, comunque vadano a finire le sorti del comparto.

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