Editoriali

La dieta mediterranea non è solo alimentazione ma cultura

Il rischio è la cancellazione delle civiltà del Mediterraneo. Pane e olio d’inverno, qualche volta con zucchero. D’estate, pane, olio, pomodoro, origano e sale

20 novembre 2020 | Pasquale Di Lena

La Dieta Mediterranea, uno stile di vita che mi riporta ai tempi in cui si raccoglievano le molliche di pane sul tavolo e, perfino da terra, per non buttarle, ma darle comunque alla vita, non importa se di un gatto, di un cane, di un pulcino o di una gallina,. Buttarle per buttarle era un peccato, un peccato che ti portava ad avere uno scappellotto dietro la nuca e l’obbligo di raccoglierle.

Era il tempo della guerra (la più assurda delle stupidità dell’uomo) e del dopoguerra, in cui c’era ben poco e, qualche volta, niente da mangiare. Uno stato di difficoltà che non riguardava solo te e la tua famiglia, ma la gran parte della popolazione, salvo quelli che venivano chiamati “signori”.

Era, anche, il tempo in cui una pagnotta di pane – allora di cinque chilogrammi – non si poteva, soprattutto se da poco sfornata, tenere con la parte alta in giù e la base in su, perché, ti dicevano “è uno schiaffo che viene dato a Gesù”. Noi, allora, volevamo molto bene a Gesù e, non solo, anche alla Madonna, a San Primiano e San Pardo, i nostri santi, e pure a quelli che venivano da fuori, come San Francesco, Santo Stefano e Sant’Antonio, che, addirittura, arrivava da Padova.

Altro che Gesù! Il problema era che la pagnotta rigirata, soprattutto se calda, si finiva in minor tempo in quel tempo che era anche il tempo della solidarietà. Infatti, si divideva molto con gli altri, tant’è che tra noi ragazzi c’era la regola di pronunciare “nient’e popó” (niente spartizione), che interrompeva la solidarietà e giustificava questa interruzione.

Quello che c’era, quando c’era, era pasta, pane, farina di mais per la pizza sotto la coppa, che, riuscivi, con grande sforzo a mangiare una volta, e, con difficoltà, anche due volte. La seconda volta era possibile solo con delle verdure che, con l’acqua che avevano e il calore della “fornacella” - poi, qualche anno dopo, della stufa - riusciva a farsi masticare, gustare. In quanto a digestione, in quei tempi là, non era un problema, visto che si riusciva a digerire anche le pietre.

A proposito, il piatto era noto come “pizz’e foje”, oggi il piatto rilanciato da Concetta della Trattoria La Grotta in via Larino a Campobasso, che il figlio Fabio, attuale gestore, continua a proporre come piatto del giorno. Il piatto che simboleggia molto, e dappertutto, la cucina molisana.

Ecco le verdure,” i foje”, ma anche le melanzane, le patate, i carciofi, i pomodori, le zucchine, che io, allora, salvo i pomodori, non gradivo, a differenza dei legumi, non importa se fagioli, ceci, piselli, fave, cicerchie.

Queste bontà, condite anche solo con l’olio di oliva “gentile”, erano un carico di proteine, per di più nobili (l’ho scoperto da grande) che sostituivano quelle della carne, che si mangiava, quando c’era, a Pasqua e a Natale o in occasione di uno sposalizio, soprattutto dei casolani. Famiglie arrivate da Casoli, il paese dell’Abruzzo che guarda da vicino la Maiella, la montagna a me familiare, che, ancora oggi, ho la fortuna di vedere, ogni mattina, apparire lontana come a volermi fare compagnia. Negli anni che sono stato lontano da questa mia terra, me la sognavo, e, quando mi svegliavo, stropicciandomi gli occhi, dicevo con un sorriso e in modo bonario, “sangue da Maiélle”. Ora la saluto augurandole una buona giornata, di rado, molto di rado, la saluto quando arrossisce con il sole che è appena calato, in quell’orizzonte, che dalle Mainarde al Gran Sasso, a me appare. Da quest’altra parte L’Adriatico, il piccolo mare, che da Punta Penne in Abruzzo, passa per Termoli, tocca le Isole Tremiti e arriva al Gargano. Il mare delle zuppe di pesce, o brodetti , che si lasciano meglio mangiare, come quella di Vasto. di Termoli, di Lesina o di Vieste.

Allora, anche i dolci erano esclusività degli sposalizi, e si potevano mangiare solo se ‘t’invitavano. Sennò taralli, con l’uovo o con i finocchi, “cavallucci”, “pepattèlle” e “pigne” a Pasqua, quest’ultime non proprio dolci, visto che a me riportavano alla famosa pizza di mais, pizze de grandinie, sotto la coppa, quella che – come prima dicevo - mangiavo senza entusiasmo, solo perché avevo fame.

Pane olio d’inverno e, qualche volta, con zucchero, o, il mitico pane e olio nuovo appena franto. E, in questa stagione, patate sotto la cenere, o, anche per noi “terroni”, la polenta, tanta polenta.

D’estate, pane olio, pomodoro, origano e sale, che allora, come ora, io considero la bontà delle bontà.

Allora non c’erano palestre, eppure si sudava correndo dietro una palla di pezza, un cerchio, rincorrendosi come le guardie con i ladri o i soldati con i briganti. E, poi, i giri nella piazza o sotto e sopra lungo il corso principale, a parlare del più e del meno, a raccontare le stesse cose, se non era accaduto un fatto particolare che, prima veniva commentato e poi via via che si raccontava, ingigantito.

Il giro, cioè quell’andare e tornare lungo la strada principale, il corso, a rappresentare la grande palestra della vita, che, ancora qualcuno riesce a fare in un centro storico bello, ma sempre più spopolato.

Allora non c’era la doccia, ma, d’inverno, la conca e, d’estate, il Cigno, il ruscello che scorre tra Montorio nei Frentani e Larino, con le sue acque che si bevevano a sazietà dopo la corsa per arrivarci e, qualche volta, il fiume, il Biferno, con le sue acque fresche delle nevi del Matese. Del Cigno m’incantava un insetto, u recchiara acque, che con i suoi scatti riusciva a far tornare limpida l’acqua appena intorbidata.

In quei tempi erano tanti i pensieri, ma, se non c’erano disgrazie da raccontare,tutti facilmente alternati da allegra compagnia, momenti di spensieratezza, di felicità.

Dimenticavo di dire, a proposito di dieta, che il mangiare rispecchiava le stagioni, segno di grande rispetto per la Terra, la natura, e, in più, si abbinava alle feste e alle tradizioni (stupenda quella delle tredici portate della “Tavola di San Giuseppe”, la tavola imbandita in onore di quest’uomo davvero santo , perché lavoratore, mite, paziente, patrono degli artigiani, cioè di chi usava bene il cervello e non solo le mani.

Le persone si salutavano, si incontravano, si parlavano, si litigavano per non sentirsi soli, un numero, come succede oggi nel tempo del dio denaro; dei supermercati; dei cibi che arrivano da lontano; delle macchine con i vetri sempre puliti; delle rondini che non segnano l’azzurro del cielo; dei pipistrelli che non animano più la sera e mettono paura; delle api con i fiori avvelenati, degli olivi trasformati in pali e segnati da una vita breve, non più secolare o millenaria; dei canti che sono solo parole con i suoni che diventano rumori; dei criminali che si mostrano padroni e degli imbecilli che giocano con il potere, anche ora che il virus ha detto che la pacchia è finita.

Il rischio è la cancellazione delle civiltà che, con l’orto, la farina, il vino e l’olio, ha dato il Mediterraneo, il mare di tanti mari, ed ecco che lo stile di vita che, per millenni, ha espresso, torna oggi come necessità di godere delle risorse che il territorio è in grado di darci, quasi sempre con dovizia di particolari e, soprattutto, a rivivere valori, in primo luogo il rispetto. Il rispetto per noi stessi e gli altri, come per ogni essere vivente, sia esso un animale o una pianta, cioè la Natura, da noi maltrattata e, come tale, offesa.

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