Editoriali

I trattati di libero scambio non riguardano solo il commercio ma la libertà di tutti

Senza tifoserie, occorre guardare oltre il lato mercantilistico e commerciale dei trattati di libero scambio, cercando di comprenderne le insidie. Il progresso non può avvenire a discapito delle libertà, individuali e sociali

27 settembre 2019 | Pasquale Di Lena

Se uno cerca di spiegare il proprio No ai trattati, cosiddetti di libero scambio, nel caso specifico il Ttip e il Ceta, che sono stati oggetto di anni di incontri, non a caso tenuti in gran segreto e scoperti, dopo lungo tempo, perché qualcuno ha parlato; che hanno previsto un arbitrato, in pratica nelle mani di chi ha promosso e vuole l’approvazione dei trattati, la finanza e le multinazionali, viene considerato ideologicamente schierato e posto nella curva sud o nord, in contrapposizione a chi è favorevole, collocato nella curva opposta.

Chi fa questa suddivisione non si rende conto che offende l’intelligenza e la sensibilità di chi prova a ragionare e a spiegare le ragioni che lo portano a dire No o Sì.

A confondere le idee è la sottolineatura, non casuale, di “libero scambio”, come a voler significare che il trattato non è altro che l’occasione per azzerare questioni tariffarie. Se è questo il problema basterebbe che il Paese che ha posto delle tariffe provvedesse a eliminarle. Nel caso del Ceta basta fare due semplici riflessioni:

1) il Canada ha da sempre posto delle accise, per di più pesanti, su ogni goccia di alcol che entra dentro il suo territorio, tant’è che ha creato in ognuna delle sue dieci province uffici di controllo e di riscossione delle accise, noti con il nome “Liquor control” o, nella provincia del Quebec, SAQ. Basterebbe una semplice legge del governo canadese per eliminare o ridurre queste accise e il problema è risolto con grande vantaggio per i produttori di vino dei Paesi europei, Francia, Italia e Spagna in particolare;

2) l’Italia o altri Paesi dell’Europa vogliono lasciare alla propria industria molitoria la libertà di acquistare grano al glifosate? Deve allora dire che il glifosate non è un problema per la salute umana e mettersi contro tutti gli scienziati che, con anni di ricerca, hanno dimostrato i pericoli per la salute umana di ingestione di questo prodotto noto, non a caso, con il nome di “secca tutto”. Due azioni che vanno nella direzione del tanto sottolineato e declamato “libero scambio”, che, in verità, nasconde ben altro. La libertà di azione della finanza (banche e multinazionali) sui Paesi oggetto del trattato. Libertà di fare e, attraverso la creazione di un arbitrato, di ricattare i titolari di un bene comune come il territorio, sia esso un Comune, una Regione o uno Stato, anche contro le regole basilari, come quelle riportate in una Carta Costituzionale.

In pratica la possibilità di mettere in dubbio la Sovranità nazionale. In fondo, prendendo come esempio il nostro Paese, quello che la finanza (banche e multinazionali) aveva provato di ottenere, utilizzando il Governo Renzi, con la Riforma della nostra Costituzione. Uno stravolgimento che doveva servire anche a togliere tutti gli ostacoli che bloccano le azioni di questi poteri che esprimono e rappresentano il sistema neoliberista, e che - lo voglio sottolineare - nei suoi cinquant’anni di vita, ha creato disastri di ogni tipo e tutto, non per il profitto, ma per il “vil denaro”, trasformato nell’unico dio soggetto, oggi, di adorazione e devozione.

Provo a spiegare una situazione che si è creata prima e dopo l’approvazione del trattato Europa – Canada.

La cancellazione del trattato, il Ttip. che aveva occupato fino ad allora tutto il tempo delle sedute segrete.

L’improvvisa svolta con l’approvazione, con una maggioranza di pochi voti, del Ceta. La convinzione, poi risultata sbagliata, che, con l’approvazione, tutto era stato risolto e, invece no, visto che le lobby non avevano calcolato che c’era bisogno, per l’approvazione definitiva, del consenso, espresso con il voto, di ogni Paese membro. Una ratifica che stenta ad arrivare per la semplice ragione ché le lobby stanno facendo fatica a convincere tutti e, visto che basta un No per far saltare tutto, stanno lavorando per la sola cosa che possono fare, prendere tempo e rinviare fino a quando non c’è la certezza dell’unanimità dei Paesi membri. L’Italia, con la nuova Ministra dell’Agricoltura, di fede renziana e, come tale, favorevole al trattato, ha messo sul tavolo della discussione il Ceta e, non a caso, anche l’Ogm, per lanciare un messaggio di tranquillità a chi ne ha bisogno per andare avanti nell’azione di recupero intrapresa.

La questione, del trattato Ceta come degli Ogm, è politica, e non, come alcuni vogliono fare intendere, di tifosi della curva sud e curva nord, di cui sono i principali protagonisti, con argomentazioni che servono a confondere ancor più le idee, soprattutto di chi avrebbe il diritto di sapere davvero come stanno le cose e capire il pensiero e le azioni di un sistema, il neoliberismo, che ha bisogno - per una questione di bulimia, mancanza del senso del limite, del finito – di continuare a portare avanti, senza ostacoli, la sua azione predatoria e devastatrice, che è la ragione prima dei cambiamenti climatici; dell’annuncio, il 30 di luglio, che la terra ha dato tutto quello che poteva dare; dell’allargamento della forbice della disuguaglianza, la causa prima di conflitti e guerre, crescita delle povertà, necessità di emigrare, andare da qualche parte alla ricerca di lavoro e un pezzo di pane per vivere con dignità.

Per queste ragioni io dico No al Ceta. Non è il “libero scambio” che ci danneggia, ma quello che il “libero scambio” attribuito al trattato in oggetto nasconde, l’attacco alla sovranità nazionale, nostra e degli altri paesi dell’Europa e, dico, dello stesso Canada, che del neoliberismo fa una bandiera. Oggi! Ma fino a quando può sopportare un sistema che si sta mangiando tanta parte del suo immenso territorio?

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