Editoriali

Usciamo dal Coi, così basterà usare il suffisso ITA... per vendere di più

Usciamo dal Coi, così basterà usare il suffisso ITA... per vendere di più

Usciamo dal Coi: cosicché tutto quell’olio che deve entrare in Italia non dovrà più sottostare ai regolamenti e potrà essere di qualità inferiore, magari con un evidente riscaldo, e potremmo imbottigliarlo come extra vergine italiano

26 luglio 2019 | Piero Palanti

Ha ancora senso rimanere nel COI ?

Per chi non lo sapesse il COI è il Consiglio Oleicolo Internazionale.

“Il Consiglio oleicolo internazionale è un'organizzazione intergovernativa unica al mondo, che riunisce i produttori, i consumatori e gli operatori del settore dell'olio di oliva e delle olive da tavola. Un luogo d'incontro privilegiato ed autorevole, aperto al dibattito su tutto ciò che riguarda l'olio di oliva.” (Dal sito ufficiale).

Quindi l’organo massimo decisionale per quello che riguarda l’olio da olive, il quale dovrebbe essere indipendente e al di sopra delle parti; ultimamente però si è fatto artefice di movimenti politici e di speculazioni economiche di enormi interessi, vedi l’esclusione da una carica molto importante e strategica del capo unità chimica, incarico ottenuto tramite legittimo concorso e, addirittura, l’esclusione di Israele nei momenti decisionali durante gli ultimi incontri.

Ultima e non meno significativa decisione è stata quella di fare richiesta ufficiale alla Casa Reale spagnola di patronato per il 60° anniversario del COI. Sua Maestà, il Re Felipe VI, molto gentilmente, ha concesso questo onore. Ma il COI non doveva essere al di sopra delle parti? O è solo “cosa loro”? La Spagna così facendo difende i propri interessi nel mondo attraverso il COI senza pensare agli altri membri.

Alla domanda: conviene ancora essere membro del COI, io avrei già una risposta.

Partendo dal presupposto che il fabbisogno italiano annuale è di 450.000 /500.000 tonnellate di olio e sembra che quest’anno ne siano stati prodotti solo 175.000 (Fonte: Ismea): quindi siamo in saldo negativo, è evidente la nostra necessità di averne dall’estero.

Nel 2018 abbiamo importato 415.000 tonnellate di olio extravergine ed esportato 230.000 tonnellate (Fonte: Ismea): spiegatemi voi come facciamo a esportare così tanto olio italiano quando non ne abbiamo neanche una quantità sufficiente per il consumo interno.

Si! Allora usciamo dal COI: cosicché tutto quell’olio che deve entrare in Italia non dovrà più sottostare ai regolamenti e potrà essere di qualità inferiore, magari con un evidente riscaldo, e potremmo imbottigliarlo come extravergine italiano.

Le attuali regole imposte dal COI non lo permettono.

Senza di esse si potranno imbottigliare tanti oli con riscaldo, mosca, avvinato, facendoli passare per extravergini … utilizzare una cultivar per un’altra, che ne sa il consumatore? Non essendo più soggetti al COI si potrà fare come si vuole.

Facciamo sparire il mercato del vergine e trasformiamo il tutto in extravergine: si guadagna di più.

Si potrebbero creare miscele varie con percentuali di oli italiani e venderle nel mondo prendendo in giro il consumatore e distruggere l’idea del “Made in Itaiy”, basterà usare il suffisso ITA…

Sarebbe tutto più semplice, comodo e remunerativo. Nessun controllo o analisi chimica potrebbe sconfessarci.

Ma questo succede già, è la nostra realtà. Quindi abbiamo usato le regole fuorvianti del COI per i nostri interessi e adesso ci arrabbiamo?

Quindi? Dalla padella nella brace ?

No!

E’impensabile uscire dal COI, solo dall’interno si possono creare i cambiamenti.

Fortunatamente in Italia abbiamo tantissimi produttori che nonostante le guerre politiche ed economiche sono seri e producono eccellenze, valorizzando il patrimonio olivicolo nazionale.

Soltanto valorizzando le nostre peculiarità e la cultura dell’olio di qualità possiamo eccellere nel mondo.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (Mahatma Gandhi)

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