Editoriali

Colpo di mano al Coi: Italia decapitata

Olivicoltura italiana indifesa di fronte ai nuovi padroni dell'olio d'oliva mondiale. A dominare non Spagna e Tunisia ma le lobbies che vogliono l'olio extra vergine di oliva ridotto a commodity. Cominciano le epurazioni, ai danni dell'Italia

12 luglio 2019 | Alberto Grimelli

Quel che sta accadendo a Madrid in questi ultimi giorni, dalla rielezione del ticket Ghedira-Lillo a direttore esecutivo e direttore aggiunto, non ha precedenti tanto che la stessa Commissione europea, a quanto mi risulta, sarebbe preoccupata per le modalità che hanno portato alla deliberazione del Consiglio dei Paesi membri a Marrakesh, in Marocco. Una deliberazione che potrebbe venire impugnata, nelle competenti sedi internazionali, da parte di Israele che, con una decisione senza precedenti, è stato tenuto fuori dalla riunione per un cavillo, impedendo così al Paese di esprimersi.

Un fatto senza precedenti nella lunga storia del Consiglio oleicolo internazionale.

Meno di un'ora dopo la rielezione, Abdelladif Ghedira ha dato il benservito all'italiano a capo dell'unità chimica del Coi, vincitore del relativo concorso e alla scadenza dei sei mesi del periodo di prova.

La motivazione del licenziamento è surreale: troppo bravo.

L'italiano, che vincendo il concorso ha evidentemente scombinato qualche piano, è stato giudicato troppo capace per la posizione con la conseguenza che si sarebbe potuto sentire frustrato nel volgere di qualche anno e quindi avrebbe potuto decidere di cambiare lavoro. Nessuna contestazione al lavoro o all'operato del bravo ex ricercatore, ma una serie di periodi ipotetici che non possono che lasciare a bocca aperta.

La sostituzione è avvenuta a tempo di record, con una tunisina, guarda caso la stessa nazionalità del direttore esecutivo, pronta a prendere il posto dell'italiano silurato. La neo capo dell'unità chimica dovrebbe prendere servizio già ad agosto: una sostituzione operata a tempo di record, meglio di un pit stop di Formula 1.

E non ci si fermerebbe neanche qui, visto che nei corridoi della sede del Coi si dice che le epurazioni di italiani potrebbero anche continuare.

Forte la tentazione di vedere in questa serie di incredibili accadimenti una congiura di Tunisia e Spagna contro l'Italia.

E potrebbe essere un errore.

Un'interpretazione semplicistica, su cui mi sto in parte ricredendo, specie se verrà confermata la notizia, riportata dall'OliveOilTimes, che vuole che il Coi, guidato da Ghedira, abbia assegnato alla Arabffi (la Federalimentare araba), guidata dall'amico Hayssam Jaffan, l'incarico di diffondere la norma e gli standard Coi nel mondo arabo.

Sarebbe alquanto strano e anomalo, ancora una volta senza precedenti, che un organismo internazionale, sotto l'egida dell'Onu, dia un simile incarico a un'associazione privata, composta da aziende che fanno profitti sull'olio d'oliva.

Se così fosse, unitamente alla storica vicinanza al mondo delle cooperative olearie iberiche di Jaime Lillo, attuale direttore aggiunto spagnolo del Coi, l'asse che si potrebbe intravedere non è fra Stati ma tra lobbies: quelle delle grandi e grandissime cooperative spagnole e dell'industria olearia marocchina e tunisina.

E' infatti ben noto che alcune cooperative iberiche, tra cui Dcoop (colosso da 300 mila tonnellate di olio commercializzato), facciano affari con la Tunisia e il Marocco. Affari in parte trasparenti, come joint venture e società miste, e intrecci poco chiari, come dimostra l'accusa dell'Agenzia delle Dogane spagnola proprio a Dcoop di aver venduto negli Usa olio tunisino di pessima qualità spacciandolo per extra vergine spagnolo.

Questi sono i personaggi che scriveranno le regole sull'olio d'oliva nei prossimi quattro anni, tra la preoccupazione delle associazioni olivicole, ben espressa dai comunicati di Unaprol e ItaliaOlivicola, e il silenzio del mondo del commercio e dell'industria nazionale, d'altronde sempre meno italiano e sempre più internazionale.

Ecco allora che il colpo di mano sul Coi potrebbe non essere stato operato da Spagna e Tunisia ma da una asse transnazionale a favore di una deregolamentazione del settore, con la riduzione dell'extra vergine a semplice commodity.

Di fronte a un simile scenario, evitando il vittimismo, l'Italia deve cercare di trovare una exit strategy, un piano alternativo, per salvare la propria olivicoltura.

La prima domanda da porci è: ci conviene restare nel Coi?

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Renato Casaioli

18 luglio 2019 ore 16:22

Le dinamiche che animano le multinazionali agricole e alimentari, oramai sono conosciute fin nei loro minimi dettagli: rapinare ovunque attraverso mille stratagemmi. In Uganda ben 25mila contadini sono stati espropriati della loro terra, da parte delle multinazionali inglesi, in combutta con quel governo. Non ci rimane che una sola via, quella dell’unione per quanto riguarda l’olio d’oliva, tra frantoi e produttori compresi gli hobbisti attraverso marchi e tracciabilità, e uscire dal COI.

Richard Retsch

14 luglio 2019 ore 19:11

Un organismo come il COI "vive" dalla partecipazione attiva dei membri. Se l'Italia non è capace di organizzarsi, di parlare con 1 voce e di proporre in tempo un candidato valido per la direzione del COI, a chi si deve poi dare la colpa? Mica agli altri ...

Frank Geffers

14 luglio 2019 ore 14:25

Meno male che qualcun' altro sta cominciando a chiedersi se conviene restare in un COI con obiettivi evidentemente antagonisti a quelli dei produttori italiani. Ho avuto l'occasione di esprimere il mio pensiero in tal senso già nei miei precedenti commenti su Teatro Naturale.

federico barbarossa

13 luglio 2019 ore 11:27

Mi chiedo cosa stiamo a fare in "organismi" che hanno lo scopo solo di distruggerci?!