Editoriali
Troppi hobbisti nei panel dei concorsi oleari
Un buon numero di giurati non è all’altezza del compito che gli viene assegnato: giudicare e confrontare oli internazionali in gran numero e poco tempo. Anche i più esperti sono portati al limite delle possibilità, immaginiamo come possa giudicare chi lo fa principalmente per passione. La domanda è: come si ripercuote questo sui risultati finali? La risposta a Duccio Morozzo della Rocca
27 luglio 2018 | Duccio Morozzo della Rocca
Molti concorsi non hanno seguito la crescita del settore e anche se traggono un vantaggio economico spesso importante spendono soldi per autocelebrarsi senza offrire nessun servizio che possa aiutare la crescita strutturale ed economica di una azienda, diventando a mio avviso un’inutile costo per le aziende.
Si potrebbe ribattere che organizzare un concorso costa. E sono sicuro che alcune location sono molto care. Ma questi soldi che non vengono investiti in promozione e comunicazione ma piuttosto in location che servono piuttosto a mostrare i muscoli saranno ben spesi almeno per professionisti dell’assaggio?
Esiste un panel professionale nei concorsi?
Ho partecipato spesso negli ultimi 13 anni come giurato in diverse parti del mondo e alle volte, anche se meno di prima, continuo a farlo per passione professionale e curiosità. Questi pensieri nascono dunque da esperienze personali.
Diciamo che finalmente negli ultimi anni alcuni concorsi hanno finalmente iniziato a comunicare i nomi degli assaggiatori, aumentando la trasparenza rispetto al consueto e anonimo “panel” giudicante. Un passo avanti, ma molte cose ancora non vanno.
Purtroppo, la verità è che un buon numero di giurati non è all’altezza del compito che gli viene assegnato: giudicare e confrontare oli internazionali in gran numero e poco tempo. La maggior parte delle volte è questione di mancanza di esperienza altre volte è a causa dell’organizzazione che eccede nel numero di campioni giudicabili per giorno per assaggiatore. Anche i più esperti –tecnici che lavorano ogni giorno con assaggio e blend- sono portati al limite delle possibilità, immaginiamo come possa giudicare chi lo fa principalmente per passione. La domanda è: come si ripercuote questo sui risultati finali? Un esempio è quando si assiste ad oli che vincono il super premio in un concorso mentre vengono scartati da un altro come difettati. Dove sta la valutazione oggettiva, prerogativa essenziale del panel? Si può certamente discutere rispetto ad un campione su “un po’ meglio o un po’ peggio” ma non si può arrivare a giudicarlo olio top da una parte e olio con difetto dall’altra!
La responsabilità di scegliere persone adeguate per il panel spetta all’organizzazione del concorso che dovrebbe basarsi sulle capacità professionali più che su conoscenze, praticità o per vantare di avere assaggiatori da tutto il mondo. O ancora peggio, sulla loro capacità di poter traghettare al concorso un buon numero di partecipanti, mentalità molto politica che spesso purtroppo si riscontra: quanti produttori può portare al concorso questo assaggiatore se lo metto nel panel?
Sono stato testimone di moltissimi casi di assaggio nei concorsi internazionali in cui non veniva riconosciuto neanche il rancido e venivano invece penalizzati profumi peculiari e particolari in quanto diversi e non familiari. Un professionista con un compito così importante non dovrebbe avere il minimo dubbio a riguardo. E, a causa di questo, finiscono per vincere nei concorsi quegli oli che mettono d’accordo tutti, generalmente intensi e immediati ma non per questo più meritevoli di oli molto più complessi ed eleganti.
Ciò che è rimasto invariato e immobile in questi anni è senza dubbio il ruolo dell’”esperto assaggiatore”. Mentre i concorsi diventano sempre più cari e ricchi di campioni, si chiede agli assaggiatori di prendere la responsabilità di decretare vincitori e vinti gratuitamente, generalmente pagandosi addirittura il viaggio di tasca propria in cambio di un letto, un pasto caldo e tante belle parole: per il puro e vero “amore dell’olio extra vergine di oliva”.
Dunque, capirete che mi riesce difficile inquadrare come “lavoro” l’attività degli “esperti assaggiatori”. È più un volontariato, una passione non retribuita. Bene, penso che finché non ci sarà una retribuzione che restituisca dignità all’assaggiatore consacrando il suo ruolo di professionista, spingendolo a crescere nel suo lavoro, lo si dovrebbe chiamare con un nome più fedele alla realtà dei fatti: “appassionato di assaggio di olio extra vergine”.
E gli hobby, si sa, hanno dei costi. Ma su queste basi capirete che è difficile se non impossibile far nascere una vera professione!
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angelo marco ostuni minuzzi
28 luglio 2018 ore 09:46Caro Duccio, credo che tu abbia messo il dito in una delle tante piaghe dell'olio extravergine e sono perfettamente d'accordo con te.
Io ho la qualifica di assaggiatore ma non ho mai fatto di un panel ufficiale e pertanto mi ritengo un "appassionato di assaggio di evo" e sostengo molti costi per cercare di mantenermi "in forma": L'unica volta che ho partecipato ad un panel -giuria in un concorso italiano piuttosto importante sono rimasto molto deluso: si parlava durante l'assaggio, c'erano anche tentativi di influenzare e, soprattutto, mancanza di riconoscimento di difetti o valori.
A questo punto una domanda: conosciamo il mercato e la tipologia di consumo del popolo italiano, quindi, a parte pochi "appassionati PRODUTTORI di evo", chi e quanti sono coloro che , a marginalità correnti, vorranno investire non dico in un panel ma in una consulenza di assaggio?
Si continuerà a trovare il produttore che dice che il suo olio è il migliore del mondo e noi continueremo a restare degli orgogliosi appassionati.
un caro saluto
angelo marco ostuni minuzzi